giovedì 15 febbraio 2018

L'alessitimia ovvero la mancanza di parole per esprimere emozioni

1.       Intelligenza emotiva e cervello emotivo
Nel vasto settore dello studio delle emozioni abbiamo assistito a due interessanti sviluppi: il  primo proviene dall’introduzione del concetto psicologico di “intelligenza emotiva” di Goleman; il secondo deriva dalla scoperta dei meccanismi cerebrali delle emozioni, descritti da LeDoux (1996) nella sua opera “Il cervello emotivo”. Il costrutto di “Intelligenza emotiva” è stato elaborato da Salovey e Mayer (1983) e deriva dai precedenti concetti di intelligenza sociale e personale. Nel delineare la sua teoria delle intelligenze multiple, Gardner (1983) descrisse due forme di intelligenza personale: quella intrapersonale, che è la capacità di accedere alla propria vita affettiva, e l’intelligenza interpersonale, ossia la capacità di leggere gli stati d’animo, le intenzioni e i desideri degli altri. L’autore considerava i due tipi di intelligenza personale come abilità biologicamente fondate di elaborare le informazioni, una diretta verso l’interno e l’altra verso l’esterno, intimamente intrecciate: l’autoconsapevolezza emotiva e l’empatia. Queste fondamentali abilità dell’intelligenza personale sono centrali nel costrutto di intelligenza emotiva, che Salovey e Mayer definirono originariamente come “la capacità di monitorare le proprie e le altrui emozioni, di differenziarle e di usare tale informazione per guidare il proprio pensiero e le proprie azioni”. Questa definizione implica l’idea che il sistema affettivo funziona in parte come sistema di elaborazione delle informazioni e delle percezioni; infatti Salovey e Mayer affermano che “i processi sottostanti l’intelligenza emotiva vengono attivati quando l’informazione affettiva entra per prima nel sistema percettivo”. Oltre alla consapevolezza dei propri sentimenti soggettivi, l’intelligenza emotiva comprende la percezione e la considerazione dei comportamenti emotivi non-verbali, incluse le sensazioni corporee evocate dall’attivazione emozionale, le espressioni facciali, il tono della voce e la gestualità esibita dagli altri. Però vi sono differenze individuali nella capacità delle persone di elaborare ed usare l’informazione:
persone con elevati livelli di intelligenza emotiva riescono facilmente ad identificare e a descrivere i sentimenti in se stessi e negli altri, a regolare efficacemente gli stati di attivazione emozionale, ed usano generalmente le emozioni in modo adattivo (Salovey, 1983; Salovey e Mayer, 1990). Le componenti centrali dell’intelligenza emotiva mostrano alcune convergenze teoriche con molti concetti psicoanalitici, fra cui quello freudiano di emozione come segnale. In “Inibizione, sintomo e angoscia” (1926), Freud ipotizzò che l’ansia fosse un’informazione generata dall’Io sul suo stato di sicurezza e sul bisogno di mobilitare le difese contro pulsioni e fantasie bloccate; egli, inoltre, incluse in questa concezione anche gli affetti depressivi in quanto essi segnalano all’Io la perdita dell’attaccamento ad una persona amata e gratificante. Successivamente, altre teorie psicoanalitiche, hanno esteso ulteriormente la funzione di segnale ad un’ampia gamma di affetti ( Jacobson, 1994), ma, nonostante il riconoscimento dell’aspetto di informazione e di segnale per quanto riguarda gli affetti, Freud (1915) non ha mai abbandonato la sua idea originaria che gli affetti derivino dalle pulsioni. Attualmente, nella psicoanalisi contemporanea, gli affetti vengono però considerati come fattori motivazionali primari di un sistema basilare che valuta e comunica lo stato del sé in ogni momento nel corso del tempo ( Jones, 1995; Spezzano, 1993); infatti, questi sono considerati come  l’origine della soggettività umana: la capacità di provare i sentimenti è la caratteristica principale dell’intelligenza emotiva (Gardner, 1983). Un altro concetto fondamentale che converge con il costrutto di intelligenza emotiva è quello di “ psychological mindedness”, che si riferisce alla “capacità individuale di saper valutare le relazioni fra pensieri, sentimenti e azioni, con l’obiettivo di imparare i significati e le cause delle proprie esperienze e dei propri comportamenti” (Appelbaum, 1973). La capacità di pensare e riflettere sugli stati emotivi propri e altrui viene indicata da Fonagy e Target (1991) come “funzione riflessiva”, la quale richiede la capacità di formare delle rappresentazioni mentali di emozioni ed altre esperienze, ad esempio la mentalizzazione, comprese le rappresentazioni del mondo mentale degli altri. Tale funzione evolve precocemente nella vita quando il bambino sviluppa una “teoria della mente” ed è strettamente legata al raggiungimento delle abilità di regolazione affettiva. Come notato in precedenza, la definizione di Mayer e Sallovey (1997) dell’intelligenza emotiva sottolinea sia la capacità di riflettere e pensare sui sentimenti che la capacità di regolare le emozioni. Come per l’intelligenza emotiva, gli individui variano nella misura in cui impiegano la funzione riflessiva; tali differenze, possono rappresentare delle differenze qualitative nella mappatura rappresentazionale delle emozioni e dell’esperienza di sé ( Fonagy e Target, 1997). Quindi, esiste una relazione molto forte fra aspetti del costrutto dell’intellligenza emotiva e quello di derivazione psicoanalitica di “alexithymia”, quest’ ultimo collegato con un deficit nella rappresentazione mentale delle emozioni e con una limitata capacità di usare gli affetti come segnali comunicativi.

2.      La personalità psicosomatica
Verso la fine degli anni ’50 del secolo scorso, Marty e M’Uzan proposero, accanto alle classiche descrizioni di personalità nevrotica e psicotica, quella di una “personalità psicosomatica”, caratterizzata da ipernormalità ed adattamento conformista all’ambiente, e da un particolare stile cognitivo chiamato “pensiero operatorio”, analogo a quello postulato da Piaget, che risulta naturale come fase di sviluppo cognitivo del bambino, ma che nell’adulto si traduce in un deficit che colpisce l’elaborazione simbolica delle emozioni, e canalizza l’espressione emotiva a livello somatico. Anche in questo caso, come precedentemente elaborato da Ruesch nel 1948, che individuò nel paziente psicosomatico quella che chiamò “personalità infantile”, caratterizzata da dipendenza e passività, conformismo sociale ed ideali irraggiungibili, tendenza all’azione corporea e mancanza di corrispondenza tra espressione verbale/ non verbale e vissuto emotivo, e netta difficoltà a separarsi dalla figura materna, venne attribuita particolare importanza alle relazioni oggettuali tra madre e bambino.

3.      Il costrutto dell’alessitimia
Negli anni ’70, le teorizzazioni di Marty e M’Uzan, trovarono conferma quando Sifneos e Nemiah, riscontrarono in svariati pazienti psicosomatici una caratteristica comune, e cioè la difficoltà a descrivere le proprie emozioni ed un’attività fantastica povera, appunto tipica del “pensiero operatorio”. I due autori coniarono per questa condizione lo specifico termine di “alessitimia” (dal greco “mancanza di parole per le emozioni”), per designare un tratto stabile della personalità che interagisce con gli agenti stressanti come fattore aspecifico verso la somatizzazione e lo sviluppo di malattie. L’alessitimia, potrebbe essere collocata lungo un ideale continuum, che rappresenta la difficoltà nel riconoscere, comprendere e descrivere le esperienze emozionali, verso l’estremo come “meno grave” assieme all’ “inibizione emotiva”, e all’opposto le più gravi condizioni di “anaffettività” e “anedonia”. Attualmente gli indicatori del DCPR (Diagnostic Criteria for use in Psychosomatic Research) per la diagnosi di alessitimia comprendono diverse condizioni, quali: 
1.      incapacità di descrivere in maniera appropriata le emozioni; 
2.      tendenza a focalizzare la conversazione sui dettagli più che sul vissuto emotivo;
3.      mancanza di un ricco mondo fantastico;
4.      contenuto del pensiero associato a eventi del mondo esteriore;
5.      inconsapevolezza delle reazioni somatiche che accompagnano gli stati emotivi;
6.      occasionali comportamenti affettivi, spesso inappropriati.

Si tratterebbe quindi di un deficit “sia nel dominio cognitivo-esperienziale dei sistemi di risposta emotiva sia del livello della regolazione interpersonale delle emozioni” (Taylor, Bagby e Parker, 1997, 2000). Questi due aspetti salienti del costrutto devono essere colti nel loro stretto collegamento, poiché, essendo incapaci di identificare accuratamente e di “dare un nome” ai propri sentimenti soggettivi, le persone alessitimiche hanno difficoltà a comunicare verbalmente agli altri il proprio disagio emotivo e non sono in grado di usare le altre persone come fonti di feedback, e/o di aiuto nella regolazione dello stress. La scarsezza della vita immaginativa limita inoltre la loro possibilità di modulare l’ansia e le altre emozioni negative, attraverso i ricordi, le fantasie, i sogni ad occhi aperti, il gioco, ecc. Tale incapacità di verbalizzare le proprie emozioni non va considerata quindi come una difficoltà di tipo esclusivamente espressivo, ma come una vera e propria limitazione nella possibilità di elaborare le emozioni e di costruire un proprio mondo interno. Nel modello cognitivo- evolutivo delle emozioni elaborato da Lane e Schwartz (1987), i soggetti alessitimici si troverebbero ai primi stadi sensomotori di organizzazione e consapevolezza delle esperienze emozionali; queste vengono esperite essenzialmente a livello di sensazioni corporee e di tendenza all’azione; l’esperienza “psicologica” delle emozioni è limitata e poco sofisticata, le descrizioni verbali sono spesso stereotipate, scarsa è la consapevolezza della complessità e multidimensionalità delle proprie esperienze emozionali. Al contrario degli “alessitimici”, gli individui “emotivamente intelligenti”, hanno una buona autoconsapevolezza emotiva, sanno riconoscere precocemente i segnali fisiologici che accompagnano l’emozione, hanno capacità di autointrospezione e autoregolazione. Essi non tendono a reprimere i loro vissuti, ma fanno il primo passo verso una gestione adattiva ed efficace delle emozioni mediante un’attribuzione di significato a ciò che gli accade, resa possibile dalla mediazione operata dal linguaggio con cui si può definire ciò che si prova. Questa operazione è fondamentale perché dota di senso l’esperienza emozionale, la arricchisce con la “valutazione cognitiva”, come ad esempio in termini di pericolosità, novità, capacità di farvi fronte, possibili risposte, relazione con i propri valori e le norme sociali, e inoltre la collega più saldamente con i propri vissuti e con la storia soggettiva, per aprire la strada alla comunicazione interpersonale. Diverse ricerche hanno mostrato come la comunicazione emotiva interpersonale abbia delle ripercussioni positive sullo stato di salute dell’individuo, in presenza di lutti o situazioni traumatiche, in quanto protegge dagli “effetti a lungo termine” del disagio emozionale, dando la possibilità di rivivere e rievocare le emozioni. Secondo Taylor “bisogna sottolineare che l’alessitimia non è concettualizzata come un fenomeno categoriale (del tipo “tutto o niente”), ma come un costrutto dimensionale (o tratto di personalità) che è distribuito in modo normale nella popolazione generale”. Attualmente l’alessitimia, è considerata uno dei fattori di rischio che sembrano accrescere la suscettibilità alla malattia psicosomatica. Oltre che da fattori genetici, neurofisiologici e intrapsichici, gli stili di comunicazione sono influenzati da fattori socioculturali, dall’intelligenza e dai modelli familiari. Per esempio, Leff ha trovato che nei paesi sviluppati le persone mostrano una maggiore differenziazione degli stati emotivi rispetto a coloro che vivono in paesi in via di sviluppo e che alcune lingue impongono limitazioni all’espressione delle emozioni. Secondo McDougall l’alessitimia è una difesa straordinariamente forte contro il dolore psichico, mentre Krystal, invece di concettualizzare l’alessitimia come una difesa, la attribuisce ad un arresto dello sviluppo affettivo a seguito di un trauma infantile, o ad una regressione nelle funzioni affettivo-cognitive dopo un trauma catastrofico nella vita adulta.

4.      Le ipotesi neurofisiologiche dell’alessitimia
Sono state proposte anche alcune teorie neurofisiologiche per l’origine etiologica dell’alessitimia; l’ipotesi di McLean si basava sul fatto che le emozioni vengono incanalate direttamente negli organi corporei attraverso le vie neuroendocrine e autonome; Nemiah ha approfondito questa posizione sostenendo che l’alessitimia è provocata da un difetto neurofisiologico che influenza la modulazione da parte del corpo striato dell’input proveniente dal sistema limbico e diretto al neocortex. Inoltre gli studi sulla specializzazione emisferica, compreso il modo in cui il cervello integra il linguaggio affettivo e propositivo, hanno portato all’idea che l’alessitimia sia dovuta ad una disfunzione dell’emisfero destro o ad una carenza nella comunicazione interemisferica. A questo proposito l’osservazione di Hoppe della comparsa di caratteristiche alessitimiche in pazienti con “cervello scisso”, i quali riferiscono scarsità di sogni e fantasie e mostrano un deterioramento della funzione simbolica. Un danno precoce all’emisfero destro, come dimostrato da Weintraub e Mesulam, può interferire seriamente con l’acquisizione di capacità per le quali tale emisfero è ritenuto specializzato; infatti, essi sostengono che “come l’emisfero sinistro controlla lo sviluppo della competenza linguistica, così l’integrità dell’emisfero destro potrebbe essere essenziale all’emergere di capacità interpersonali” e di quella che Hymes ha definito “competenza comunicativa”.
Sembra che alla base dell’empatia e della capacità di rendere coscienti i propri vissuti emotivi, ci siano processi di sintonizzazione-desintonizzazione che caratterizzano le prime fasi del rapporto madre- bambino e che consentono al piccolo di sentirsi compreso. Infatti, una prolungata assenza di sintonia emozionale tra genitori e figli impone al bimbo un costo enorme in termini emozionali; quando un genitore non riesce mai a mostrare alcuna empatia con una particolare gamma di emozioni del bambino, come gioia, pianto, bisogno di essere cullato, questi comincia ad evitare di esprimerle forse anche di provarle. In questo modo, numerose emozioni cominciano ad essere cancellate dal repertorio delle relazioni intime soprattutto se, anche in seguito durante l’infanzia, questi sentimenti continuano ad essere apertamente scoraggiati. 

5.      Conclusioni 
Alcuni studiosi hanno suggerito, infine, che in aggiunta ad una disfunzione organica responsabile dell’alessitimia, esista anche uno specifico ambiente sociale-evolutivo che inibisce l’espressione emotiva, ipotesi che sembra confermata dalla presenza di un numero maggiore di uomini alessitimici rispetto alle donne; infatti, agli uomini più che alle donne si insegna ad esprimere poco le proprie emozioni e a sviluppare capacità legate più alla vita pratica, e lavorativa, che non alla sfera affettiva. Pertanto, accanto ai fattori neurobiologici vi sono in gioco nell’etiologia dell’alessitimia, anche variabili di tipo socioculturale.





venerdì 2 febbraio 2018

Hikikomori: un fenomeno in ascesa di Valerio Bruno



Sono felice di ospitare in questo spazio un argomento trattato da uno psicologo "in erba", ancora dottore in Psicologia che ha concluso la sua laurea triennale  presso la Lumsa, sotto l'occhio esperto  di un grande professore, mio "esimio" collega Paolo Cruciani.

L’articolo tratta di un fenomeno in crescita tra gli adolescenti e i giovani adulti, la cui diffusione è iniziata in Giappone durante gli anni Novanta del secolo scorso. La problematica è stata denominata “Hikikomori”, la parola è di origine nipponica e deriva dalla fusione di due termini giapponesi: “hiku” che letteralmente significa “tirare indietro” e “komoru”, “ritirarsi”. Tale condizione implica il rifiuto da parte della persona di uscire dalla propria abitazione. Il soggetto decide di porre fine alla socialità per perseguire un agognato isolamento per differenti ragioni. Di questo nuovo disagio soltanto di recente si è cominciato a discutere in ambito accademico e giornalistico, esso non è concepito come un’inedita categoria diagnostica, difatti non è presente come disturbo a sé stante nell’ultima edizione del DSM-5. È ancora in dibattito la questione sul come considerarlo, se come un vero e proprio disturbo psichiatrico oppure un elevato problema legato alla socializzazione. Il motivo principale per cui la scelta si è focalizzata su questo problema è finalizzato innanzitutto a fornire una panoramica di un disagio poco conosciuto ai non addetti ai lavori, inoltre il lavoro si propone di illustrare una possibile spiegazione di un comportamento per alcuni aspetti “innaturale” per un giovane, in quanto l’adolescenza è tradizionalmente concepita come periodo di scoperta ed esplorazione, mentre l’hikikomori implicitamente effettua una lotta senza quartiere verso una società che non sente più di sua appartenenza e competenza. Ci si è occupati di definire in dettaglio che cosa rappresenta effettivamente tale fenomeno, descrivendo la sintomatologia e mettendo a confronto l’hikikomori alla figura del “Neet”, con cui tale condotta ha in comune degli aspetti, ma se ne differenzia di parecchio per altri. Sono state consultate e riportate alcune ricerche per mostrare che la diffusione di questo comportamento è giunta perfino nel mondo occidentale, tra cui l’Italia, Paese che tramite diverse organizzazioni si è occupato del fenomeno. Tra queste spicca il Minotauro, il cui presidente Matteo Lancini ha di recente pubblicato un libro sull’argomento hikikomori dal titolo:”Abbiamo bisogno di genitori autorevoli. Aiutare gli adolescenti a diventare adulti”, che in alcune parti paragona il ritiro dalla società da parte dei maschi al disturbo del comportamento alimentare per le femmine e mette in evidenza il ruolo di internet come possibile fattore protettivo per un esordio psicotico, poiché consentirebbe al soggetto di mantenere un contatto con il reale .
I dati dei rapporti consultati hanno rilevato correlazioni importanti che potrebbero essere di notevole supporto ed aiuto per i professionisti clinici il cui obbiettivo principale è caratterizzato dal comprendere le dinamiche consce ed inconsce presenti nella persona che decide come ultimatum di ritirarsi. Il secondo capitolo, contrariamente, ha dato spazio alla spiegazione dell’eziologia che risulta ramificata, non vi è un’unica specifica ragione sufficiente a spiegare le origini di questo comportamento. Inoltre, è stato dato uno sguardo generale allo sviluppo di nuove metodologie di trattamento per curare il problema. Lo scopo ultimo di tale progetto è stato pertanto quello di far conoscere questo disagio e, in qualche misura, ha voluto proporre una concezione diversa dalle altre appoggiando la visione di alcuni studiosi secondo i quali l’isolamento sociale è una scelta costituita da una componente basilare fortemente narcisistica, poiché isolandosi, l’hikikomori sovente si considera superiore agli altri. Il problema simbolizza quindi una rivoluzione compiuta in silenzio verso una società malata di immagine e di continua ricerca di conferme attraverso perlopiù i social network.  

1. Definizione e sintomi di un fenomeno in ascesa
“Hikikomori” è un lemma di origine giapponese utilizzato per circoscrivere una categoria di individui, in prevalenza adolescenti e giovani adulti, che sceglie di ritirarsi dalla vita sociale per periodi molto lunghi. Il termine fu coniato nel 1998 dallo psichiatra Tamaki Saitō, il quale definì questa nuova tipologia di disturbo con l’espressione “Social Withdrawal” (Saito T., “Shakaiteki hikikomori: owaranai shishunki (Social withdrawal: a neverending adolescence)”. PHP Shinsho, Tokyo, 1998).
Gli iniziali resoconti del disagio sono tuttavia datati 1978, anno in cui venne fornita una prima panoramica da Kasahara che descrisse un gruppo di soggetti definiti tajkyaku shinkeishou, altresì noti nel mondo scientifico anglosassone come reatreat neurosis, la cui sintomatologia non corrispondeva a criteri diagnostici assimilabili a disturbi quali psicosi o depressione. L’età di diffusione è compresa tra i 19 ed i 30 anni, i soggetti sono primariamente di sesso maschile, primogeniti. Stime verificate illustrano che soltanto il 10% del campione è caratterizzato da una componente femminile. Alcuni dati rilevano che il fenomeno includerebbe un numero di diffusione compreso tra 500.000 ed 1 milione, corrispondente a circa l’1% della popolazione4, mentre l’università di Okinawa sostiene che la cifra ammonti a 410.000 individui. Negli ultimi vent’anni si è assistito ad un incremento sostanziale del fenomeno, pertanto nel 2003 il Ministero della Salute e delle Politiche Sociali del Sol Levante ha deciso di predisporre un’indagine che ha coinvolto molteplici centri psichiatrici del Paese per effettuare 14.000 consultazioni. In seguito il governo nipponico ha stabilito i seguenti parametri diagnostici per consentire, in maniera specifica, una corretta diagnosi differenziale tra il disturbo hikikomori ed altre psicopatologie: “hikikomori non è una sindrome, la reclusione volontaria deve essere stata protratta per almeno 6 mesi, in contemporanea deve verificarsi il rifiuto di intraprendere percorsi scolastici o professionali, durante il corso della prima manifestazione del disturbo i sintomi non possono essere giustificati dalla presenza di altri disturbi mentali” (quali, ad esempio, allucinazioni nel disturbo schizofrenico o l’accertamento di un disturbo evitante di personalità - Ministry of Health, Labour & Welfare. Community mental health intervention guidelines aimed at socially withdrawn teenagers and young adults. Tokyo: Ministry of Health, Labour & Welfare 2003). Tali criteri di valutazione, tuttavia, non sono stati ancora presi in considerazione ufficialmente dalla comunità scientifica. Sia il DSM-IV-TR che il DSM-5 non comprendono il concetto di “hikikomori” fine a se stesso malgrado vi siano state proposte per l’inserimento ( “Hikikomori, a Japanese Culture-Bound Syndrome of Social Withdrawal?” Teo Alan R, Gaw A., 2010, URL: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20531124, consultato il 15 ottobre 2017); ad ogni modo nella nuova edizione del DSM sono state classificate diverse patologie vicine a questa condizione. Possono ritrovarsi nella tendenza “Hikikomori”( “Is hikikomori in the DSM-5?” Girard D. 2013, URL: https://www.quora.com/Is-hikikomori-in-the-DSM-5, consultato il 15 ottobre 2017)  sintomi quali l’agorafobia, costituita dal terrore di uscire fuori dalla propria abitazione; il disturbo d’ansia sociale, caratterizzato dalla paura di coinvolgimento nelle relazioni sociali; il disturbo depressivo maggiore e alcuni aspetti del disturbo ossessivo compulsivo tra cui la rupofobia (ossia la paura di essere contaminati dai germi uscendo di casa) che può favorire lo sviluppo del ritiro o la presenza di un disturbo di personalità. Tra i segni vi è inoltre una marcata antropofobia, intesa come angoscia morbosa determinata dalla presenza di una o più individui. In alcuni casi è stato osservato che il soggetto hikikomori subirebbe una regressione infantile, emettendo una voce puerile e ricercando continuamente la madre; in altri casi è stata rilevata una comorbidità con comportamenti patologici legati alla nuova forma di dipendenza citata nel DSM-5 come “Internet Addiction Disorder” ed un capovolgimento dei ritmi circadiani per cui gli individui hikikomori tendono a vivere durante la notte dormendo tutto il giorno.
Dagli hikikomori vanno distinti anche quei soggetti che continuano ad intrattenere rapporti sociali, come ad esempio tutte quelle persone rientranti nel genere Neet (not engaged in education, employment or training) acronimo che indica un gruppo di individui che non possieda un’attività lavorativa né la ricerchi e non sia impegnato nella costruzione di una propria formazione scolastica; tale condizione è sovente tradotta, in gergo giornalistico italiano, come “né-né”.E’stata riscontrata una tendenza nell’opinione pubblica giapponese a considerare quali sinonimi “Neet” e “Hikikomori”: ciò costituisce un’imprecisione poiché con il termine “Neet” sono inclusi individui tra i 15 ed i 34 anni che, essendo disoccupati e non iscritti ad un istituto scolastico, vivono mantenuti dai genitori continuando a mantenere rapporti sociali al di là del contesto familiare, riunendosi in diversi gruppi giovanili che conducano, all’interno del proprio iter quotidiano, le medesime attività. La differenza tra le due categorie è stata studiata recentemente9. I ricercatori hanno sviluppato una nuova scala, la “Neet-Hikikomori Risk Factors” (NHR), che ha incluso sia la condizione di “Neet” che quella “Hikikomori” quali diagnosi facenti parte di uno spettro composto da sintomi psicologici correlati in entrambi i casi ad uno stato di emarginazione dalla società. Sono stati individuati principalmente tre fattori di rischio per lo sviluppo delle due inclinazioni. Il primo concerne l’attitudine allo stile di vita di “Freeter”10, il secondo implica l’assenza fondamentale di “autocompetenza”, unito ad una mancanza di ambizioni specifiche nei confronti del futuro. Dai risultati è emerso che i sintomi sottoposti ad analisi dalla scala siano stati rilevati tra lavoratori non classificabili come “Neet” o “Hikikomori”. Un vantaggio della scala risiede nell’identificazione dei rischi comportamentali che possono costituire un potenziale fattore di rischio per lo sviluppo delle due tendenze, oltre ad aver contribuito a definire le categorie di persone che potrebbero beneficiare di interventi precoci atti a scongiurare la possibilità di emarginazione dalla collettività. Un ulteriore merito è stato quello di aver individuato sintomi psichici dello spettro “Hikikomori” associati ad un disturbo depressivo, come ad esempio l’anedonia11. Il primo fattore misurato dalla scala, riguarda quindi un’incessante resistenza individuale al conformarsi ad uno standard culturale che prevede il passaggio ad una condizione di “adultità”. Stato che risulta meno presente tra i disoccupati piuttosto che tra i dipendenti che svolgono un impiego di mezza giornata. Si è inoltre riscontrato come un elevato punteggio nella scala indichi una propensione minore da parte del soggetto ad adeguarsi al gruppo dei pari. Il secondo fattore ha descritto la percezione personale delle proprie abilità sociali e nelle competenze accademico-lavorative ed ha illustrato come le due condizioni “Neet” e “Hikikomori” abbiano in comune una bassa considerazione di sé e delle proprie capacità, oltre a non aver chiaro un progetto di vita. E’ emersa, infine, un’importante correlazione tra lo status socioeconomico e lo sviluppo di una delle due tendenze e si è riscontrato come i soggetti aventi un livello di istruzione superiore fossero più inclini a svilupparle; si è inoltre riscontrato quanto uno stato di emarginazione possa costituire un fondamentale fattore di rischio.

2. Epidemiologia del disagio
Nonostante sia stato considerato per diverso tempo un disturbo a carattere esclusivo del Giappone, come dimostrato da ricerche successive, il ritiro sociale è un comportamento che progressivamente ha subito una divulgazione singolare anche in Occidente. Sono stati registrati casi di isolamento dalla comunità da parte dei giovani anche nel resto del continente asiatico, come in Corea Del Sud e nella Repubblica di Cina, Taiwan. La diffusione ha avuto luogo anche in Australia e Stati Uniti; ricerche contemporanee mostrano come la propagazione del fenomeno non ha risparmiato i più importanti Paesi europei quali Francia, Regno Unito, Spagna ed Italia. A tal proposito, sono da segnalare recenti inchieste risalenti entrambi al 2014 in Italia ed in Spagna, ricercate attraverso il motore di ricerca scientifica Google Scholar. La prima ha coinvolto l’Unità Funzionale Salute Mentale di Arezzo incaricata da alcuni genitori che hanno segnalato la propensione dei figli, alunni membri di una scuola media del luogo, al non frequentare per un considerevole periodo l’istituto. Gli adolescenti su cui è stata impostata la ricerca erano caratterizzati da un complesso di sintomi similari a quello dei giovani hikikomori giapponesi. E’ stato somministrato un questionario a 109 docenti, costruito per stabilire se si fosse verificata l’assenza di alcuni studenti di almeno 40 giorni dalla scuola. I risultati illustrano che 27 studenti su un campione di 2694 pari all’1% della popolazione scolastica appartenente alla scuola secondaria di primo grado non hanno frequentato l’istituto per il lasso di tempo prestabilito, la maggioranza è composta da maschi di età compresa tra i 12 e i 16 anni, il percorso scolastico è regolarmente contrassegnato da non ammissioni alla classe successiva. Gli studenti non manifestano secondo il punto di vista del corpo docente uno scarso livello di autovalutazione, insieme all’ambito relazionale tra coetanei che non risulta essere intaccato, dunque non può essere rilevato un rapporto causale tra la qualità dei rapporti sociali e l’inizio del ritiro sociale adolescenziale a differenza dei dati concernenti la motivazione all’apprendimento scolastico che risulta pari al 48,1%, quindi è plausibile una correlazione tra le due variabili. Un elemento inaspettato è stato quello in riferimento al ruolo del contesto famiglia che non risulta essere correlato con lo sviluppo di questo comportamento, diversamente dalla cultura giapponese in cui il nucleo familiare è restio a chiedere un sostegno terapeutico.12 Il fenomeno esaminato in Italia, al contrario, rileva un cospicuo coinvolgimento familiare, che ne determina la protezione e la prevenzione nei confronti del ritiro. L’età media dell’esordio del disagio è di circa 14 anni.13 Un altro studio14 condotto nello stesso anno, oltre ad aver mostrato l’esistenza del fenomeno in Spagna, ha illustrato la presenza di un’elevata comorbilità con altre psicopatologie ed afferma pertanto che la condizione di hikikomori non sia riconducibile ad una nuova diagnosi, bensì rappresenterebbe una sindrome associata ad altre patologie psichiatriche aderenti all’area psicotica ed ansiogena. La condizione di hikikomori “puro” è una rarità in psicologia. E’ stata effettuata l’analisi su un campione costituito da 200 soggetti tenendo conto dei dati socio-demografici e clinici, gli strumenti utilizzati sono stati: la scala di gravità indicata con la sigla “SPI”, la valutazione globale del funzionamento “GAF”, la clinical global impression “CGI”. Ancora una volta i risultati hanno confermato la tendenza all’isolamento sociale da parte di individui di sesso maschile, l’età media dell’esordio è circa a 40 anni ed il periodo medio socialmente ritirato è di 3 anni. Gli strumenti hanno descritto un’alta compromissione del funzionamento sociale ed una bassa sinergia dei partecipanti al trattamento terapeutico. Lo studio compiuto propone un’argomentazione in contrasto con la definizione sopraccitata derivata dalla ricerca del Ministero della Salute e delle Politiche Sociali del Giappone che non considera l’hikikomori una sindrome15 costituendo quindi un inedito punto di vista per la questione diagnostica. Un’ulteriore conferma della crescita del fenomeno sociologico noto come hikikomori, proviene da una recente analisi svolta in Ucraina16 e pubblicata nell’Aprile di quest’anno, avente l’obiettivo di descrivere le peculiarità epidemiologiche e psicopatologiche di chi manifestasse il disagio. E’ stata posta a verifica empirica l’anamnesi dei soggetti coinvolti, che sono stati divisi in gruppo sperimentale e gruppo di controllo. Il primo ha visto il posizionamento di individui che soddisfacevano i criteri sintomatologici dell’hikikomori, il secondo ha incluso soggetti ritenuti sani in chiave psicologica. L’indagine è stata condotta attraverso l’utilizzo di diversi strumenti di ricerca tra cui il M.I.N.I 7.0 (Mini International Neuropsychiatric Interview), la TAS-20, scala di misura per la presenza ed il livello di alessitimia, intesa come incapacità individuale di fornire una descrizione semantica delle proprie emozioni; si è approfondito inoltre il percorso di vita dei soggetti tramite l’ausilio del LEQ, il questionario sull’esperienza di vita, insieme all’opinione dei partecipanti concernente la loro percezione verso la qualità della vita condotta attraverso la scala di Chaban, il CQLS; tra le variabili esplorate è stata inclusa anche la possibile inclinazione all’ostilità misurata con l’inventario di ostilità di Buss-Durkee, il BDHI. Il quadro emerso designa che il 65,4% del gruppo hikikomori presenta una diagnosi psichiatrica aggiuntiva a differenza del 34,6% che, al contrario, non era in possesso di un’altra condizione psicopatologica. I disturbi più comuni rientrano nel secondo asse del DSM-5 e riguardano i disturbi di personalità, importanti anche il disturbo post traumatico da stress, il disturbo depressivo maggiore, sintomi appartenenti al disturbo ossessivo compulsivo ed in misura minore un’incidenza di bulimia nervosa. Diversi partecipanti hanno riferito di essere stati vittima di un trauma precoce durante l’infanzia, oltre ad avere un alto grado di irritabilità, risentimento, paranoia ed una bassa qualità della vita. 16 Psychosomatic medicine and psychotherapy, Bogomelets National Medical University, Kyiv, Ukraine. Frankova I. 2017 URL: http://www.europsy-journal.com/article/S0924-9338(17)32245-9/abstract consultato il 16 ottobre 2017. E’ stata mostrata una correlazione rilevante tra il deficit alessitimico ed il fenomeno di ritiro. L’esordio della predisposizione alla chiusura sociale avviene in adolescenza.
Si osserva dalle ricerche consultate che, come specificato inizialmente, vi sia stata un’accentuazione del fenomeno anche in Occidente. Le ipotesi sono molteplici, da reiterati atti di bullismo compiuti dai coetanei nei confronti degli adolescenti che decidono di porre fine alle relazioni sociali, al rapporto tra l’adolescente e la famiglia di origine. Le inchieste effettuate mostrano che il più delle volte è presente un alto grado di comorbidità, costituito dalla compresenza di più disturbi. Non è ancora possibile individuare chiaramente i fattori causali della tendenza all’isolamento. Un ruolo essenziale è rivestito da un quadro depressivo che è emerso dai risultati, ciò non è sufficiente per dimostrare l’esistenza di un rapporto causa-effetto tra depressione e lo sviluppo del disagio hikikomori. Vi sono stati dati inaspettati, quali la presenza di diagnosi di un DCA17, la bulimia nervosa e l’inizio del ritiro degli hikikomori spagnoli, in netto ritardo rispetto all’andamento generale degli altri Paesi. Il fenomeno risulta essere presente anche in Italia, dove si rilevano dati incoraggianti per quanto concerne il ruolo genitoriale, decisamente importante in campo di prevenzione della tendenza. La percezione delle famiglie verso il supporto terapeutico è più che positiva, a differenza di quanto avviene in Giappone.
Si è tentato più avanti di illustrare la possibile genesi del fenomeno ed i diversi progetti psicoterapeutici atti a comprenderlo e contrastarlo.

3. Lo sviluppo di una rivolta silente
È determinante, per comprendere questa tendenza volta alla ricerca della solitudine, descrivere l’epoca che si sta vivendo, la quale è imperversata come sottolineato da alcuni autori, da un continuo senso di incertezza. Una civiltà che sta attraversando un periodo in cui i confini non sono più stabili, definita per l’appunto da Bauman18 come società liquida, scevra di sicurezze e di limiti, in cui prevale il sensation seeking, inteso come l’incessante ricerca di emozioni forti, caratterizzato dalla pratica di sport estremi o dall’adottare uno stile di vita imprudente che può giungere fino alle forme più perniciose come l’abuso di sostanze stupefacenti per evadere dalla realtà, la partecipazione a rischiose corse clandestine o al commettere atti di vandalismo. Da segnalare la posizione di studiosi contemporanei che hanno espresso il concetto di nootemporalità19, la capacità dell’essere pensante di vivere il presente in relazione al passato ed al futuro, che risulta essere perduta in favore di un nuovo tempo, questa volta spazializzato, composto da differenti istanti scissi tra di loro in cui non vi è connubio. Ciò può determinare lo sviluppo di identità multiple che possono avere notevole proliferazione tramite l’ausilio di internet da parte dell’individuo ritirato, il quale si può ricostruire un mondo eccezionale privo di dolore, generando un allontanamento del soggetto dal suo autentico sé. La metamorfosi di una società in passato edipica basata sul Super-io, ad una fondata sull’apparenza narcisistica dell’io è parte della patogenesi del fenomeno.20 La condizione di hikikomori, anacoreti del nuovo millennio, può sopravvenire nel momento in cui, come sostenuto da alcuni autori21, le aspettative del ragazzo e giovane adulto subirebbero un tracollo a causa di un conflitto avvenuto durante il processo transizionale che caratterizza il passaggio da una condizione infantile di protezione vissuta in simbiosi con la figura materna ad una adolescenziale in cui al centro vi è il paragone con il gruppo dei pari.
È utile esporre la presentazione del disturbo narcisistico di personalità dell’ultima edizione del DSM per descrivere in maniera esauriente il grado di narcisismo che si ritrova nel soggetto hikikomori. Il DSM-5 ha illustrato il disturbo narcisistico di personalità definendo un quadro pervasivo di diversi aspetti caratteristici dell’individuo che compromettono la sua persona ed il rapporto con l’altro. I criteri diagnostici hanno stabilito che il paziente affetto da questo disturbo ha un’opinione eccelsa di sé, un vasto senso del diritto, in quanto pienamente convinto che gli altri debbano soddisfare i suoi desideri in ogni occasione, è incessantemente impegnato in fantasie di potere e successo infinito, non si fa alcuno scrupolo a sfruttare gli altri per perseguire i suoi obbiettivi, si ritiene unico, ricerca persone che siano il suo riflesso non è capace di empatizzare, è arrogante ed invidioso e per mezzo di un meccanismo di genere proiettivo è sicuro che gli altri invidino lui. Il DSM fornisce un’enunciazione di ottimo livello analitico per quanto concerne una forma di narcisista che da Kernberg è stata definita inconsapevole, la quale presenta tutti i criteri stabiliti dal manuale ed è caratterizzato da un inconscio senso di inferiorità. Tuttavia Kohut attraverso la sua esperienza clinica ha formulato l’ipotesi che esista un’altra struttura di narcisista, detto ipervigile. Questa particolare organizzazione personologica esibisce un corteo di comportamenti in apparenza prospiciente rispetto alla condizione di narcisista inconsapevole. Tali individui, al contrario del narcisismo inconsapevole che viene manifestato attraverso un filtro prettamente arrogante e con enorme alterigia, appaiono similmente ai depressi come vittime della vita. Tendono ad evitare tutti quei momenti di relazione sociale in cui possono venire feriti con facilità, non è concentrato in se stesso, la sua attenzione è focalizzata perlopiù sull’altro, per questo esteriormente possono dare l’idea di persone con profonda capacità di empatia. Sono altamente critiche verso gli altri, in modo affine ai soggetti che soffrono di un disturbo ossessivo compulsivo di personalità. Ma, a differenza di questi ultimi, i narcisisti ipervigili non effettuano mai una minima autocritica23. La personalità narcistica tra le peculiarità in comune con gli hikikomori ha la totale egosintonia24 da parte del soggetto, il quale non vive questa predisposizione come un sintomo da curare, le fonti del suo disagio derivano dalle conseguenze che possono comportare la perdita dell’anno scolastico, un eventuale licenziamento e scontri fisici con tutti coloro che cerchino di farlo uscire dalla sua camera.
Come nel mito di Ovidio25 che narra la vicenda di Narciso (il giovane che rifiutò l’amore della bellissima ninfa Eco e pertanto fu punito per la sua superbia dalla dea Nemesi, la quale fece in modo che egli si innamorasse della propria immagine riflessa portandolo così al suicidio poiché non avrebbe mai potuto ottenere quell’amore che ha visto rispecchiato), analogamente, l’hikikomori, avendo una pessima opinione della società che non ha concretizzato le sue aspettative grandiose, rifiuta la bellezza effimera del mondo esterno respingendo il contatto con esso rispecchiandosi in un mondo idealizzato che nella realtà dei fatti non vi può essere, sbocciando in una nuova identità, in modo simile al protagonista del racconto che si tramuta in fiore. Il comportamento dell’hikikomori nasce pertanto come forma di ribellione nei confronti di una società narcisista ma, paradossalmente, la sua scelta subisce una trasfigurazione divenendo nient’altro che un’altra sfaccettatura di quel narcisismo che in maniera silente egli tenta di combattere con l’insieme delle forze di cui dispone. Narcisismo, quello dell’hikikomori, per alcune caratteristiche simile a quello ipervigile, che ha luogo costruendo attraverso internet delle comunità online di ritrovo e di supporto. Si va a formare in tal modo una sorta di elitarismo, determinato dall’energia che il soggetto ricava dal sostegno di altre persone in situazioni simili alla sua. Questo protegge l’hikikomori che può ricuperare quell’importanza che non percepiva più in se stesso, salvandolo dalla possibilità di tentare atti suicidari che sono spesso presi in considerazione da circa il 46% del campione di chi ne soffre, ma per tale motivo il più delle volte non vengono attuati26, la rete non deve essere sottoposta a demonizzazione, non va considerata come la causa del ritiro della persona, in quanto ciò aumenta il rischio di suicidio e di psicosi, perché mantenere in qualche modo un contatto con il mondo esterno può proteggere l’individuo dall’incorrere in un disturbo schizofrenico come spiegato da Piotti nel suo libro:”Il banco vuoto: diario di un adolescente in volontaria reclusione.

4. I meccanismi di difesa dell’hikikomori
L’hikikomori vive costantemente una forte ambivalenza. Il soggetto che sceglie l’isolamento è vittima di una sofferenza urbana elevata, egli si ritrova nella sua stanza che da rifugio diviene una prigione di carta dalla quale una parte del suo sé intende uscire e ritrovare un posto nel mondo, ma un’altra è enormemente attratta dalle quattro mura che proteggono la sua persona, in quanto lì non può essere sfiorato né giudicato, il pericolo di subire ferite narcisistiche che intacchino il falso sé ricostruito è ridotto ai limiti del possibile. L’individuo che ha scelto il ritiro è una persona che ha tentato di adeguarsi alla società, senza essere in grado di riuscire nel suo intento, poiché non si sente pronto a competere con i ritmi di una vita sempre più celere e “tecnoliquida”28, ossia imperniata dalla condivisione rapida del proprio percorso esistenziale che vede il Web come un continuo intermediario tra la realtà concreta ed il virtuale. Una competizione che, come specificato, è considerata persa da chi sceglie come risoluzione definitiva il ritiro, equiparabile ad un meccanismo di difesa dell’io, secondo una prospettiva psicoanalitica o un’errata strategia di coping, seguendo un modello cognitivo-comportamentale. Nell’hikikomori si può riscontrare anche un ricorso alla razionalizzazione e, sotto alcuni aspetti, alla proiezione. Il controllo dell’io del soggetto che possiede tale organizzazione psichica fa utilizzo massimamente di meccanismi di difesa primari, dunque arcaici e primitivi.
I suddetti meccanismi di protezione del sé sono stati studiati da diversi psicoanalisti, una recente esposizione è stata compiuta da Nancy McWilliams la quale ha delucidato le dinamiche subconscie che li costituiscono. Il ritiro primitivo è descritto come extrema ratio, utilizzata dal soggetto, per darsi alla fuga da un’angoscia che egli non è più in grado di gestire. Può aver luogo in vari modi tra cui trascorrere ore al computer ed ai videogiochi, immergersi nella lettura ma anche in forme più gravide di conseguenze come l’uso di droghe. Tra le cause del ritiro si possono evidenziare situazioni traumatiche e ponderose trascuratezze emotive. La razionalizzazione è un meccanismo difensivo a carattere secondario attuato principalmente nel momento in cui si forniscono giustificazioni per condotte che l’io dell’individuo ritiene inaccettabili, ad esempio un marito che percuote la propria coniuge poiché, dal suo punto di vista, ha commesso qualcosa di sbagliato. Una forma di razionalizzazione si ritrova nell’hikikomori, poiché discorsi quali:”E’ la società che non mi accetta, mi ritiro in quanto non sono compreso”, sono frequenti tra le motivazioni che li spingono all’isolamento, tali razionalizzazioni si congiungono ad un meccanismo proiettivo, perché in realtà è la persona che prende la decisione di isolarsi e non intende tollerare le convenzioni sociali, giudicandole fondate perlopiù sull’ipocrisia e sull’utilizzo di maschere di cera.
Il ritiro psichico è la principale difesa utilizzata dall’hikikomori. Un interessante approfondimento italiano è stato espresso da recenti ricerche pubblicate da De Masi30 che hanno descritto efficacemente il ritiro psichico, tra le difese più sottovalutate e quindi poco studiate in ambito accademico. Il ritiro psichico è una modalità di salvaguardia dell’io catalogata in psicoanalisi tra i meccanismi di difesa primari, che si strutturano durante la prima infanzia. I ritiri della psiche essendo collocati tra i meccanismi difensivi basici, qualora impiegati morbosamente, possono determinare effetti potenzialmente disadattivi nell’esistenza psichica e relazionale, il ritiro come concepito dall’autore, si propone come una contrapposizione ad una congetturazione fornita da Steiner31 a suo parere limitativa, in quanto quest ultimo concepisce il ritiro come una difesa dalle angosce schizoparanoidee e depressive, un’area di temporaneo indugio in cui il soggetto è libero di poterne entrare come di uscirne. Il ritiro invece è rappresentato da De Masi come una vera e propria fuga del bambino in una dimensione alternativa rispetto alla realtà esterna, costruito utilizzando canali sensoriali mettendo da parte quelli psichici. Nel corso dell’infanzia, il bambino creerebbe tramite i cartoni animati un mondo idealizzato in cui la fantasticheria domina la sua mente, vi è la fabbricazione di un mondo creato ex novo che comporta l’impoverimento delle relazioni, del confronto con i coetanei divenendo pertanto un fattore di rischio per un mancato sviluppo della capacità empatica e, in casi più drammatici, può comportare atti sprovveduti da parte della psiche ancora ingenua del fanciullo, come mostrato nel caso italiano di qualche anno addietro riportato in un articolo32 di Repubblica del 2000 che ha pubblicato la notizia di un bambino romano di 4 anni il quale si è gettato dal balcone per imitare un personaggio dei Pokémon. Con l’avanzamento in età adulta, il ritiro può aver sviluppo in diverse esiziali sfumature. Può sfociare in reiterate sessualizzazioni nelle parafilie, in personaggi di fantasia nel disturbo borderline di personalità (il cui nome nuovo è disturbo caratterizzato da vissuto emozionale eccessivo e variabile) ed in ritiri distruttivi, nelle patologie che rientrano lungo un continuum narcistico, fino a sviluppare nei casi limite la schizofrenia o il disturbo schizoide di personalità, in cui l’individuo è del tutto concentrato in sé e si riscontra un vasto appiattimento emotivo. Spesso il bambino a scuola può apparire agli occhi dei docenti come presente, malgrado vi siano momenti in cui è del tutto assente e sia necessario richiamare la sua attenzione in modo deciso. Ma, nel suo privato, si ritrova in totale libertà per la coltivazione del ritiro che può far sviluppare nel soggetto visioni, allucinazioni uditive e perfino deliri.

5. Eziologia dell’isolamento e strategie di intervento
Per spiegare l’origine del comportamento definito come hikikomori, sono state proposte ipotesi che possono essere riassunte fondamentalmente in due prese di posizione: una prevede il considerare tale condotta una patologia psichiatrica nascente, diversamente, l’altra afferma che si debba valutare la situazione effettuando un’analisi del fenomeno sotto un’ottica essenzialmente culturale. Quest’ultima posizione sembra essere quella maggiormente accreditata, essa si focalizza sui pilastri della cultura diffusa in Giappone. Un Paese costituito da una mentalità rigida e metodologica, in cui vige la figura di un padre assente a causa dei meticolosi ritmi professionali su cui la società si basa. Una comunità in cui il senso della disciplina viene impresso nel corso dell’adolescenza per proseguire in età adulta, come dimostrato attraverso una formazione scolastica incentrata sull’agonismo che determina lo sviluppo di una forma mentis carrierista. Nel sol levante l’istruzione è fondata secondo una scala strettamente gerarchica33, infatti le imprese del Paese tendono sempre di più ad assumere i giovani laureati provenienti dalle università più altolocate, tra cui spicca Tōdai, abbreviazione dell’Università imperiale di Tokyo, ritenuta la più prestigiosa del Giappone. Tutto ciò può elicitare in un individuo predisposto la tendenza al ritiro, poiché influenzato perfino dal contesto famigliare che, data l’organizzazione sociale del Paese, è improntato a fare qualunque genere di sacrificio per iscrivere i propri figli in università o college quotati e considera con enorme dolore un possibile fallimento nella realizzazione lavorativa del figlio che si ritrova in tal modo in un vortice di intensa pressione.34 La pressatura da parte della società si concentra assiduamente sulle prove di esame, in Giappone gli adolescenti e gli studenti universitari hanno un carico di materiale didattico da preparare che può portargli via anche mezza giornata, i ragazzi definiscono quest’eccessiva pressione scolastica “shinken jigoku”, letteralmente traducibile in “inferno degli esami”. Tra le ragioni che portano il ragazzo all’allontanamento dalla scuola e dal sociale, vi è, secondo Ishikida35, la cosiddetta “tokokyohi”, in inglese indicata con il termine “school refusal syndrome”, una sindrome che colpisce gli studenti che desidererebbero frequentare a scuola ma percepiscono un’impossibilità per farlo, a causa di ripetuti atti di bullismo definito in lingua giapponese come “ijimè”, derivato dal verbo ijimereru, il cui significato letterale è “tormentare” a cui sono sottoposti. Il nucleo familiare del futuro hikikomori rappresenta per il ragazzo o, più raramente, la ragazza oggettivamente un ottimo rivestimento di protezione, la famiglia tipo giapponese non presenta dinamiche caratterizzate da trascorsi particolarmente spiacevoli dal punto di vista emotivo per i figli, quali divorzi o separazioni, quindi l’individuo non prova disagio a rimanere serrato nella propria abitazione. Il comportamento di ritiro è favorito da una consuetudine chiamata “Amae” descritta da uno psicoanalista giapponese, Takeo Doi36, nel suo saggio “Anatomia della dipendenza”, caratterizzata da una costante dipendenza dell’individuo nei confronti della madre che ripone nei confronti del bambino e del futuro adolescente numerose speranze ambiziose.
Il trattamento psicoterapeutico per trattare il fenomeno hikikomori prevede un approccio biunivoco, applicando un trattamento integrativo che implica l’accostamento di una psicoterapia ad un trattamento farmacologico. Le psicoterapie attuate appartengono ad un orientamento sistemico-relazionale che coinvolga l’intera cerchia famigliare ed una di genere cognitivo-comportamentale37. Un trattamento che ha avuto buon successo è stato basato su una psicoterapia definita “nidotherapy”38, la quale consiste in un’assidua collaborazione tra il paziente e l’analista volta alla modificazione dell’ambiente in cui si è sviluppato il disturbo, ha riscosso ottimi risultati anche per sintomi che rientrano nel campo della psicosi. Negli ultimi anni il Giappone ha visto la fondazione di organizzazioni non a scopo di lucro che trattano il disagio interiore dell’adolescente come un problema di socializzazione, rifiutando la prospettiva psichiatrica che etichetta il fenomeno hikikomori catalogandolo tra i disturbi mentali. Tra le scuole che adottano questa tipologia di pensiero di spicco vi è la New Start, il cui trattamento è chiamato “rental sisters”, ossia “sorelle in prestito”, che vede un programma di volontariato dove alcune ragazze si dirigono alla casa del soggetto isolato per stabilire un primo tentativo di contatto, una nuova forma di aiuto che ha visto il coinvolgimento anche di ragazze italiane39. Tuttavia, il Paese si dimostra decisamente scettico nei confronti degli adolescenti che frequentano tali corsi di recupero, in quanto le imprese giapponesi discriminano i ragazzi che hanno perduto anni di possibile attività lavorativa e pertanto presentano un curriculum vitae privo di contenuti allettanti per il mondo professionale. Di recente, un articolo pubblicato su “The Japan News”40 ha diffuso la notizia di una cittadina parte della prefettura di Akita, sita nel nord del Paese la quale ha istituito il “Fujisato Experience Program”, un programma il cui obiettivo è stato quello di organizzare attività professionali per un minimo di tre giorni ad un massimo di tre mesi comportando il recupero completo dell’80% dei ragazzi isolati. Risultato notevole che ha portato la stampa Nazionale a definire Fujisato come l’unica città senza hikikomori. L’approccio psichiatrico prevede l’assunzione di sostanze psicofarmacologiche antidepressive in particolare della paroxetina nel caso in cui vi sia una comorbilità con una sintomatologia appartenente al disturbo ossessivo compulsivo, ai disturbi dell’umore, un disturbo depressivo o un disturbo d’ansia generalizzato.
In Italia, soltanto nel 2012 è stato compiuto un importante passo in avanti per il trattamento dell’isolamento giovanile, a Milano è stato fondato il Centro Hikikomori. L’organizzazione è in possesso di un sito42 L’intervento psicoterapeutico è organizzato in modo da sfruttare la tendenza al ritiro del giovane e si attua tramite l’impiego di colloqui domiciliari tenuti a distanza via Skype, la rete quindi assume un ruolo di fondamentale comunicazione tra il soggetto isolato e il terapeuta chiamato al trattamento. L’anno successivo vi è stata la fondazione per opera di Marco Crepaldi della prima community online italiana:”Hikikomori Italia”, il cui sito include una sezione apposita dedicata ad una chat per adolescenti e giovani adulti hikikomori che rappresenta un’occasione di incontro e confronto tra pari.

Conclusioni
Si è lontani dal comprendere del tutto l’origine di un fenomeno talmente complesso qual è quello degli hikikomori. Le causalità sono costituite da un numero notevole di variabili in relazione tra di loro, la tesi qui proposta considera questo disagio come una manifestazione di angoscia e vergogna verso una società che non ha soddisfatto le aspettative grandiose del soggetto, dunque vi sarebbe un’alta componente narcisistica del carattere. Tuttavia è soltanto una correlazione, non è presente un rapporto causa-effetto dimostrato tra disturbo narcisistico di personalità e lo sviluppo del fenomeno. La tendenza al ritiro giovanile, per poter essere compresa in ogni sua forma, dovrebbe essere analizzata attraverso un modello multifattoriale non ancora sviluppatosi. Esso dovrebbe tenere in considerazione un insieme di sfumature che caratterizzano tale disturbo, come illustrato, non catalogabile come una mera psicopatologia emergente. Sembrano essere di fondamentale importanza gli aspetti socioculturali di una società che ha smarrito i suoi confini precostituiti, ove i giovani divengono “vittime” di una civiltà fondata sull’incessante velocità che ha luogo considerevolmente tramite i social network e la continua ricerca di sensazioni forti. Da vittime, perlopiù gli adolescenti ed in qualche misura i giovani adulti, i soggetti finiscono per diventare carnefici di loro stessi con l’utilizzo del ritiro come principale meccanismo di difesa, come accennato precedentemente; una protezione primaria ed infantile per contrastare le situazioni che l’individuo ritiene stressanti per se stesso, finendo dunque per sottrarre un importante livello di energia psichica che invece potrebbe investire con maggiore profitto in ambito relazionale. Il ritiro risulta perpetrato per diversi motivi, quali ad esempio: un inconsueto rapporto fusionale con la figura materna, determinato dall’importante assenza di un padre costantemente impegnato nel mondo professionale, tenuto a distanza pertanto dal nucleo familiare. Un’alta componente è dettata dal bullismo, piaga che riveste un rilevante ruolo per il favoreggiamento all’isolamento, insieme ad un ricorso continuo al sogno ad occhi aperti, un gioco di fantasia che da svago può tramutarsi in un rifugio mentale perverso e segreto stupendo per il soggetto che difficilmente viene alla luce, se non nelle fasi più avanzate del processo psicoterapeutico, come fatto notare efficacemente dal dottor De Masi nel suo saggio citato nel capitolo antecedente. Il lavoro fin qui illustrato ha voluto mostrare come questo disagio, originatosi in Giappone, abbia subito una vera e propria pandemia fino a giungere in Occidente, senza escludere l’Italia, tentando di descrivere le numerose sfaccettature che costituiscono questo problema purtroppo poco conosciuto perfino in ambito accademico, visto il numero delle poche ricerche a disposizione se comparate a quelle relative ad altri disturbi ben più noti ed il suo mancato inserimento nell’ultima edizione del DSM, nonostante le proposte di psicologi. Si auspica che tale elaborato possa fornire prima di ogni altra cosa una buona panoramica del preoccupante quadro che si sta delineando in campo giovanile e che favorisca lo sviluppo di un maggiore interesse per tutti gli studiosi e non verso questo fenomeno che risulta inequivocabilmente sommerso, in modo da poter sviluppare un modello multifattoriale che tenga conto di tutte le variabili intersecanti per far sì che vi sia un’esauriente spiegazione del disagio interiore qui trattato.

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lunedì 29 gennaio 2018

Autostima e Assertività: una coppia inscindibile contro il bullismo di Salvatore Sasso

[paragrafo inserito in: Sasso S. (2010) Mal di scuola, Anicia, Roma]

Affinché le strategie di prevenzione del bullismo abbiano successo è sempre bene tener presente come, oltre all’atteggiamento dell’educatore, sia importante che l’ambiente scolastico e familiare garantisca, da una parte, riconoscimento personale e contenimento affettivo, dall’altra, accoglienza e collaborazione accanto ad un sistema di regole di riferimento sufficientemente strutturato.
Tale progetto è possibile sostenendo l’autostima e i comportamenti di assertività dei bambini e dei ragazzi.
L’autostima, infatti, è essenziale per la sopravvivenza psicologica di ogni persona, riflettendo la coesione e stabilità della struttura del Sé (della propria identità) , sviluppata durante gli anni formativi dell’infanzia e dell’adolescenza. Essa viene nutrita soprattutto da ciò che noi abbiamo interiorizzato e che pensiamo e sentiamo per noi stessi. Gli apprezzamenti esterni la rafforzano, ma non la destabilizzano, se mancano. Con una autostima positiva si può tollerare il rifiuto.
I bambini con una sana autostima sono molto più inclini e aperti a creare relazioni nutrienti e costruttive. Il sentimento di benevolenza e  rispetto che provano per loro stessi li portano, pertanto, a trattare gli altri con rispetto e benevolenza.
Bisogna accuratamente evitare:
·         i complimenti eccessivi;
·         le lodi ambigue ( lodi / critiche, messaggio ambiguo);
·         le generalizzazioni (sbagli sempre,non pensi mai prima di agire. affermazioni di questo tipo sono irrealistiche ed enfatizzano solo gli aspetti negativi);
·         le punizioni silenziose (alimentano in chi le subisce la sensazione del rifiuto, il desiderio di vendetta o l’annullamento di sé).
Per aiutare i bambini e gli adolescenti a migliorare la loro autostima è importante agevolarli nella formazione di una immagine di sé accurata e reale. Così facendo, si interviene, ove è necessario, modificando un concetto di sé scarsamente definito, o negativo e distorto, corrispondente a una bassa autostima.
L’esperienza educativa familiare modella l’identità dei figli sulla base dell’esempio dei genitori. Quando i genitori hanno una buona autostima di sé, favoriscono lo sviluppo dell’autostima anche nei figli. L’esperienza educativa/formativa scolastica può rafforzare ed arricchire l’identità interiorizzata con altri modelli, sulla base della competenza e dell’esempio. Quando gli insegnanti hanno una buona capacità di autovalutazione di sé, la stimolano anche negli alunni.
Per favorire lo sviluppo dell’autostima del bambino nell’ambito educativo è necessario, quindi, proporre alternative valide in grado di suscitare interesse che possano arricchire le loro autovalutazioni. Nella sua opera, Antecedents of Self-Esteem, di importanza centrale nello studio dell’autostima, Coopersmith (1967) indica quattro fattori principali che contribuiscono allo sviluppo dell’autostima nell’età evolutiva:
1.      il valore che il bambino percepisce di avere per gli altri, espresso in termini di affetto, apprezzamento e attenzione;
2.      il vissuto di successo del bambino, lo status o la posizione che il bambino percepisce di occupare nel suo ambiente;
3.      la definizione personale del bambino di successo e di insuccesso, ovvero le aspirazioni e le aspettative personali che determinano la definizione di successo;
4.      le modalità di risposta del bambino al feedback negativo e alla critica,  poiché tutti vivono esperienze di questo genere è importante reagire con modalità che non siano auto-denigratorie.
Al contempo, per quanto riguarda l’assertività,  nell’ambito della prevenzione del bullismo, risulta importante lavorare sull’apprendimento di nuove abilità sociali, in particolare sul rafforzamento delle capacità comunicative.
Educare i bambini a gestire le proprie relazioni interpersonali significa aiutarli a riflettere sul loro comportamento e sulle conseguenze delle modalità di interazione che ciascuno mette in atto.
      Fra gli stili comunicativi aggressivo, passivo e assertivo, quello più efficace è il terzo, perché offre la possibilità di affermare la propria posizione ed idea, difendendola senza aggressività e rispettando al contempo la posizione altrui, che può risultare anche diversa (Genta, 2002). Infatti se non  siamo soddisfatti di come le persone si relazionano con noi, se non ci sentiamo capiti, se non ci sentiamo rispettati, il modo di reagire, quando le nostre esigenze non vengono rispettate, varia a seconda del nostro carattere. Possiamo stare in silenzio senza esprimere la rabbia, rassegnarci,  pensare che forse siamo noi a non andare bene, oppure reagire con aggressività, accusando il fautore della nostra infelicità. Tutto ciò causa disagio, insoddisfazione, impariamo che è inutile chiedere, fare richieste diventa faticoso, oppure che, per ottenere quel che vogliamo, dobbiamo essere aggressivi. La soluzione ai nostri problemi è molto più semplice, e può essere riassunta in un'unica parola: assertività
   Infatti, possiamo insegnare e imparare ad essere assertivi, esercitando  alcuni diritti, quali  il rispetto di se stessi, delle proprie esigenze, sentimenti e convinzioni. Tali diritti sono necessari per costruire sentimenti e pensieri positivi come l'autostima e la fiducia. Riconoscerli e rispettarli su di sé significa anche riconoscerli e rispettarli negli altri. Innanzitutto, essere assertivi è imparare a dire no alle richieste altrui senza sentirsi in colpa (Giusti, 1992).
Poi abbiamo il diritto:
·         di fare qualsiasi cosa, purché non danneggi nessun altro;
·         di mantenere la propria dignità agendo in modo assertivo, anche se ciò urta qualcun altro, a condizione che il movente sia assertivo e non aggressivo;
·         di fare richieste ad un’altra persona, dal momento che riconosco all’altro l’identico diritto di rifiutare;
·         di ridiscutere il problema con la persona interessata, e di giungere a un chiarimento;
·         ad attuare i propri diritti ed al rispetto altrui dei propri diritti;
·         di avere idee, opinioni, punti di vista personali e non necessariamente coincidenti con quelli degli altri;
·         a che le proprie idee, opinioni e punti di vista siano quanto meno ascoltati e presi in considerazione (non necessariamente condivisi) dalle altre persone;
·         ad avere bisogni e necessità anche diverse da quelle delle altre persone;
·         a provare determinati stati d’animo ed a manifestarli in modo assertivo se si decide di farlo;
·         di commettere degli errori, in buona fede;
·         di chiedere aiuto.
Potenziare nei bambini i comportamenti riguardanti lo stile assertivo significa sostenerli a:
ü  essere ascoltatori attenti e ricettivi
ü  essere disponibili con gli altri
ü  avere un comportamento più partecipe e non reattivo
ü  affermare di voler essere trattati con rispetto
ü  mettersi nei panni degli altri, cercando di tenere conto dei loro sentimenti,
ü  dei loro desideri e dei loro pensieri.