martedì 16 gennaio 2018

Quanto è importante essere belli? Il concetto di bellezza visto dal dermopaziente di Salvatore Sasso, Irene Sborlini e Nevia Fersula

Pubblicato in “Nuove prospettive di Psicologia” novembre, 2009

"Quanto è importante essere belli?"
Il concetto di bellezza visto dal dermatopaziente
"La bellezza è negli occhi di chi guarda …"
(Margareth Hungerford)

1. Introduzione
Negli ultimi anni la psicologia sperimentale si è occupata di studiare accuratamente il tema della bellezza o dell’attrazione fisica, smentendo quasi del tutto l’idea dell’assoluta relatività della bellezza. Infatti, per secoli si è pensato che la bellezza potesse cambiare a seconda del contesto culturale e del periodo storico, e per questo si credeva che non potesse essere studiata scientificamente, quindi sottoposta a regole generali. A tal proposito, interessante è lo studio condotto da Langlois et al. (2000) in cui si è osservato un indice di con-cordanza elevato per quanto riguarda la valutazione della bellezza del volto fra individui diversi per età e cultura. Le ricerche hanno dimostrato che i giudizi di bellezza concordano negli adolescenti e negli adulti; nei bambini più piccoli è stato notato un metro di giudizio simile a quello degli adulti (Kramer et al.,1995; Slater et al., 1998; Rubenstein et al.,1999).
Il bisogno di studiare i meccanismi sottostanti la percezione della bellezza, e come si sviluppa la preferenza per le caratteristiche fisiche attraenti, deriva dall’influenza che la bellezza estetica ha nella nostra vita. La bellezza, infatti, oltre ad avere il suo effetto più evidente nell’attrazione interpersonale, contribuisce ad influenzare il no-stro giudizio sugli altri a livello inconsapevole (bias di giudizio), dal momento che, un bambino attraente può es-sere giudicato più intelligente di un bambino meno attraente.
La bellezza è dunque alla base di molte scelte quotidiane, poiché contribuisce ad influenzare il nostro compor-tamento e le nostre decisioni più di quanto possiamo immaginare. Alle persone belle, di solito, vengono attribui-te caratteristiche positive (bontà, onestà, socialità, laboriosità) che sono del tutto indipendenti dalla bellezza; gli psicologi chiamano questo fenomeno "effetto Alone" della bellezza.
Feingold (1992), tramite la rassegna di 93 ricerche, è arrivato a concludere che le persone attraenti soffrono me-no di solitudine e di ansia sociale. Le persone belle, inoltre, sono generalmente considerate più intelligenti, gua-dagnano di più, ricevono facilmente l’aiuto degli altri, sono perfino giudicate meno responsabili in caso di reato ed hanno maggiore autostima che le porta ad essere più estroverse e ad avere relazioni interpersonali più profi-cue.
Quindi, nella maggior parte dei casi, il nostro modo di rapportarci agli altri dipende sia da aspetti esteriori sia dal comportamento non verbale.
Il giudizio dei giovanissimi sul proprio corpo tende a deteriorarsi con l’ingresso nella fase adolescenziale, dal momento che solo il 20% degli adolescenti è soddisfatto del proprio aspetto fisico. Il disagio sociale e la bassa autostima, frutto di una percezione negativa del proprio aspetto fisico, compromettono poi la qualità della vita delle persone nei diversi ambiti e, di conseguenza, il loro benessere psicofisico (André e Lelord, 1999).
Esiste una scarsa relazione tra bellezza e salute fisica, laddove per salute fisica si intende il numero di patologie sviluppate nel corso della vita, e ciò è stato dimostrato da una serie di studi condotti da Reis et al.,1985; Hansell et al., 1982; Shackelford e Larsen, 1999; Kalick et al., 1998. Cronin et al. (1999) hanno osservato, invece, una relazione significativa tra bellezza e salute fisica, laddove quest’ultima è intesa come forza, vigilanza, assenza di affaticamento e piacere.
La bellezza gioca un ruolo determinante anche nella vita affettiva e sessuale delle persone, poiché rappresenta un vero e proprio criterio per la scelta del proprio partner -spesso la prima impressione è quella che conta-; inoltre influenza molto anche il mondo del lavoro, pensiamo al classico colloquio d’assunzione. Anche nell’ambito la-vorativo, difatti, dove si dovrebbero privilegiare le capacità e le potenzialità dei soggetti, le persone attraenti so-no più gradite e avvantaggiate rispetto agli altri candidati, si integrano meglio nel contesto lavorativo e spesso guadagnano di più, probabilmente perché hanno la possibilità di trovare posti di lavoro più prestigiosi (De-Shields, 1996) o semplicemente perché ricevono più proposte lavorative.
La bellezza, dunque, è un fattore determinante per il successo professionale, poiché esercita lo stesso peso di elementi più oggettivi, come il titolo di studio e le competenze di un individuo. Uno studio, condotto all’università la Sorbona di Parigi, ha confermato come alcune persone possano riscuotere maggiore successo nella propria carriera professionale, proprio grazie alla loro avvenenza.
Al contrario, un fenomeno quale ad esempio il mobbing è indirizzato di frequente verso persone che presentano caratteristiche fisiche chiaramente non attraenti.
Alla luce di queste considerazioni, dunque, non possiamo rimanere indifferenti alla divulgazione da parte dei mass media di canoni estetici lontani dalla norma, i quali invece contribuiscono allo sviluppo di problematiche come quelle legate all’insoddisfazione di sé, finanche ai disturbi dell’immagine corporea, dove la sofferenza de-riva da una distorsione della propria immagine che coinvolge la sfera emotiva, cognitiva, percettiva e comporta-mentale dell’individuo.
Il periodo particolarmente critico, durante il quale questi disturbi possono presentarsi è l’adolescenza, poiché i canoni di bellezza comunicati dalla società attuale hanno un impatto maggiore sui giovani adolescenti; le conse-guenze poi sono particolarmente negative quando a complicare ulteriormente la situazione di disagio che vive l’adolescente, subentra il contributo di una malattia dermatologica che compromette l’estetica del corpo.
Nello specifico le problematiche psicologiche e lo stigma sociale aumentano soprattutto quando la malattia inte-ressa il viso, sia nella sua conformazione che a livello della superficie cutanea; ne consegue che le criticità della fase adolescenziale siano enfatizzate dalla presenza di una malattia cutanea come ad esempio la vitiligine e ancor meglio l’acne, poiché quest’ultima è una malattia che in forme più o meno gravi coinvolge tutti.
I dati provenienti da uno studio recente mostrano che, l’idea di una pelle perfetta sia uno dei fattori principali quando si parla di bellezza: questo discorso vale soprattutto nella cultura occidentale che valorizza una pelle bel-la, sana e liscia spesso come sinonimo di bellezza, dal momento che una pelle deturpata da lesioni, d’origine di-versa, rischia di diventare motivo di disagio e imbarazzo non solo per l’adolescente.

2. La Pelle
La pelle è l’organo più esteso del corpo - pari al 5% del peso totale dell’individuo - che adempie ad una molte-plicità di funzioni fisiologiche e psicologiche.
È l’organo primario per la sensibilità tattile, per i bisogni emotivi-affettivi, sessuali e per una relazione tangibile e rassicurante; è l’involucro del nostro corpo che ci protegge dagli stimoli esterni e ci consente di comunicare, dal momento che, mette in contatto il nostro mondo interno con l’ambiente esterno; è un elemento di confine tra sé e gli altri, poiché delimita ma unisce, separa e al tempo stesso mette in contatto.
Dunque, è molto importante accarezzare i neonati ed i bambini, così da permettere loro di acquisire la consape-volezza del proprio essere e comunicare la differenza tra sé e non sé. È proprio l’adulto a favorire una maggiore consapevolezza nel bambino, poiché per amarsi bisogna essere certi di esistere prima di tutto come individuo a se stante.
Per mezzo della pelle, noi comunichiamo le emozioni, poiché rappresenta la nostra immagine più esposta al giu-dizio degli altri. Quando sulla pelle si osserva un rosso che emerge come nella dermatite o che scompare come nella vitiligine o che è coperto come nella psoriasi, siamo sempre ad un livello d’emozioni forti, che non trova il giusto canale d’espressione.
Il noto psicoanalista francese Didieur Anzieu ritiene che il concetto di "Io" si sviluppi proprio a partire dalla no-stra pelle, dal momento che, fin dalla nascita, il bambino riceve continui messaggi dalla pelle stessa, consenten-
dogli di differenziare sempre più il soggetto dell’esperienza dall’oggetto esperito. Secondo lo psicoanalista fran-cese Jaques Lacan, quest’elaborazione comincia verso i 18 mesi durante lo "stadio dello specchio". Con il con-cetto di Io-pelle, D. Anzieu si riferisce ad una rappresentazione di cui si serve l’Io del bambino per rappresentare se stesso come Io che contiene, a partire dalla propria esperienza della superficie del corpo.
Numerose sono le condizioni emotive che si esprimono su di essa, in modi e forme diverse; in alcuni casi queste manifestazioni cutanee più o meno patologiche, rappresentano l’unica possibilità che l’uomo ha per raccontarsi. La malattia dermatologica può, quindi, assumere una funzione simbolica, in quanto la pelle diviene il luogo dei conflitti interni, ma bisogna in ogni modo considerarla nella maggior parte dei casi come il prodotto di più fattori (genetici, ambientali, psicosociali).
Traumi, ricordi dolorosi, alterazioni dell’equilibrio e del benessere psico-fisico, si traducono immediatamente in patologie specifiche a danno della pelle, nella quale è scritto, a volte in maniera eloquente per uno specialista, il nostro passato: "la pelle come uno specchio nel quale guardare al fondo di se stessi".

3. Psicosomatica e Dermatologia
Dalle prime fondamentali intuizioni di D. Anzieu qualche decennio fa, la psicosomatica è diventata una scienza e la pelle uno dei suoi campi privilegiati d’osservazione e di studio.
La psicosomatica è una branca della medicina che si occupa dei disturbi organici che, non essendo determinati da una lesione anatomica o da un difetto funzionale, sono riconducibili ad un’origine psicologica.
In ambito clinico, è ormai largamente condivisa l'idea che, il benessere fisico ha una sua influenza su sentimenti ed emozioni e che a loro volta questi ultimi abbiano una certa ripercussione sul corpo. Non a caso il vecchio concetto di malattia intesa come "effetto di una causa", è stato sostituito da una visione multifattoriale secondo la quale ogni evento (anche un’affezione organica) è conseguente all'intrecciarsi di molti fattori, tra i quali sta as-sumendo sempre maggior importanza il fattore psicologico. S’ipotizza, inoltre, che quest' ultimo, secondo la sua natura, possa agire causando l'insorgere di una malattia o al contrario favorirne la guarigione.
In passato, si parlava di psicosomatica riferendosi ad essa solo riguardo a quelle malattie organiche la cui causa era rimasta oscura e per le quali (quasi per esclusione), si pensava poteva esistere una "genesi psicologica". Og-gi, al contrario, si parla non solo di psicosomatica, ma di un’ottica psicosomatica corrispondente ad una conce-zione della medicina che guarda all’uomo come ad un tutto unitario, dove la malattia si manifesta a livello orga-nico come sintomo e sul piano psicologico come disagio, e che presta attenzione non solo alla manifestazione fisiologica della malattia, ma anche all’aspetto emotivo che l’accompagna.
In questo senso, l’unità psicosomatica dell’uomo non è persa di vista e i sintomi o i fenomeni patologici sono in-dagati in modo complementare da un punto di vista psicologico e fisiologico.
La maggior parte degli studi in psicosomatica sulle malattie dermatologiche rileva l’esistenza di una relazione simbolica tra conflitto psichico e sintomo somatico a livello cutaneo (Dunbar e Pasini).
Intanto, i disturbi, in cui la psiche e la pelle interagiscono, hanno una loro disciplina chiamata psicodermatologia. In psicodermatologia, si distinguono tre gruppi diversi di malattie: malattie psicosomatiche, malattie dermatolo-giche con disturbi psichiatrici primari, malattie dermatologiche con disturbi psichiatrici secondari (Gupta e Gup-ta, 1996).
Il gruppo più interessante in questa sede è il primo, in cui si osservano quei disturbi che possono essere aggravati o in ogni caso indotti dall'emotività e dallo stress (ad esempio acne, psoriasi, alopecia areata, dermatite atopica, orticaria).
Circa un terzo dei pazienti che afferiscono alla dermatologia, presenta problemi in cui gli aspetti psicologici sono posti in primo piano.
In uno studio di Arnold et al. (1998) è stato analizzato un gruppo di pazienti con escoriazioni multiple, prenden-do in considerazione anche altri fattori (demografici e fenomenologici) per poter valutare la storia familiare, il decorso della malattia e la comorbidità psichiatrica associata. Al termine è emerso che tutti i soggetti presenta-vano comorbidità con almeno un disturbo psichiatrico (frequente al gruppo dei disturbi dell’umore); inoltre molti soggetti, esibivano un aumento della tensione emotiva prima della malattia cutanea e diminuzione dopo i com-portamenti d’escoriazione.
I meccanismi attraverso i quali la psiche agisce sulla cute, non sono stati proprio sviscerati, ma le ipotesi sono diverse e una non esclude l'altra.
Uno studio del 2001 pubblicato sugli Archives of Dermatology, ha avanzato quella che gli autori ritengono la
"prova provata" del legame tra stress e disfunzioni cutanee.
Uno studio condotto da Gupta & Gupta ha esaminato la prevalenza della depressione (misurata con la Carrol Ra-ting Scale ) e dei tentativi di suicidio in 480 pazienti con malattie dermatologiche. L’analisi della varianza ha ri-levato che i pazienti con psoriasi hanno ottenuto il punteggio più alto, seguiti dai pazienti con una forma leggera di acne; in entrambi i casi, i punteggi rimandano ad un quadro clinico depressivo.
Alcune malattie dermatologiche possono produrre lesioni sulla pelle piuttosto deturpanti e invalidanti, tanto da pregiudicare l’equilibrio psicologico delle persone che ne sono colpite, poiché il danno estetico spesso è molto evidente.
L’alterazione della pelle è percepita e vissuta come un vero e proprio handicap da molte persone, però le sue ri-percussioni somatopsichiche in termini di quantità e qualità del danno, varia da un individuo all’altro e da una dermatosi all’altra, generando un’infinità di risposte diverse (E. Panconesi, A. Possidenti, S. Giorgini, M. Marli-ni, C. Melli, M. Sarti, 1983).
La prevalenza di disturbi psichiatrici nei pazienti che afferiscono alla dermatologia è del 30-40%, per questo spesso la presenza di una comorbidità rende più difficile e complicato il momento diagnostico e terapeutico.
Alcune malattie della pelle non sono contagiose e non predispongono a gravi patologie, ma rappresentano un problema estetico e psicologico in grado di condizionare la vita di chi è affetto.
Tra le malattie dermatologiche più invalidanti da un punto di vista estetico ci sono la vitiligine, l’acne, la psoriasi e l’alopecia soprattutto se si tiene conto che, nelle prime due, il 50% dei soggetti colpiti da queste dermatosi è in età adolescenziale o ha meno di venti anni.

4. La Vitiligine: problema anche psicologico
La vitiligine è una malattia dermatologica conosciuta da millenni, ma nonostante tutto è ancora considerata una dermatosi le cui cause sono ignote.
La vitiligine colpisce circa il 2% della popolazione mondiale e compare spesso durante l’adolescenza o prima dei venti anni.
La vitiligine è una delle affezioni cutanee più invalidanti da un punto di vista estetico, per le forti ricadute psico-logiche che comporta. Clinicamente si manifesta con la comparsa sulla cute di macchie di colore bianco avorio (prive di melanina) di varia forma ed estensione.
Tali macchie insorgono soprattutto a livello del volto (in sede periorale e perioculare), del tronco, dei genitali, degli arti e delle mani ma tutta la superficie corporea può essere interessata dalla malattia.
E’ molto raro che una persona colpita da vitiligine possa riacquistare spontaneamente il colore normale della pel-le.
Il 75% dei soggetti con vitiligine non riesce a convivere con la malattia, poiché la considera sfigurante o intolle-rabile, spesso queste persone cercano di nascondere le macchie acromatiche ricorrendo al maquillage o ad abiti coprenti; nonostante tutto riferiscono di essere costantemente ossessionati dalla presenza delle macchie sulla propria pelle.
Considerando l’età dei soggetti interessati e la posizione delle chiazze (volto, seno, genitali), si comprende come questa malattia costituisca un serio problema nel periodo adolescenziale, caratterizzato dai primi rapporti inter-personali, che saranno vissuti con estremo disagio.
Questi pazienti, manifestano reazioni d’ansia e depressione nei confronti della malattia, causa di una notevole riduzione dell’autostima.
Inoltre, la vitiligine compromette la sfera sessuale del paziente con conseguenze più negative, rispetto a malattie dermatologiche come la psoriasi.
Questo accade perché, la vitiligine interessa di solito le zone genitali rendendole poco attraenti per il partner.
La vitiligine non va incontro a remissioni spontanee e non guarisce spontaneamente se non in rarissimi casi, ma spesso ha un decorso asintomatico e cronico.
Dal punto di vista clinico è una dermatosi benigna, dal momento che non compromette lo stato generale di salute dell’organismo, ad eccezione della sfera sociale e psicologica essendo causa d’inestetismi comunemente estesi e molto evidenti.
Le cause sono molteplici e non del tutto identificate, anche se certamente esiste una predisposizione genetica. Nella comparsa della vitiligine la componente genetica gioca un ruolo importante, infatti, l’ipotesi è che si tratti di una patologia poligenetica.
La vitiligine può essere scatenata o aggravata da diversi fattori quali: eventi di vita stressanti, traumi fisici o psi-chici, ustioni, infezioni virali e disturbi tiroidei.
Secondo alcuni autori, la vitiligine è determinata da malattie in atto o pregresse, essendo spesso associata ad altre patologie d’interesse internistico e dermatologico.
L’insorgenza spesso improvvisa della malattia ed il suo decorso imprevedibile, possono modificare l’immagine del soggetto, demolendo lentamente la sua fiducia e autostima.
Ecco allora che la vitiligine può favorire l’insorgenza di disturbi psicologici quali ansia, depressione, difficoltà scolastiche o lavorative.

5. L’acne
L'acne è un’infiammazione cronica dei follicoli sebacei, clinicamente si manifesta con la comparsa di comedoni, papule, noduli e talora anche cisti a livello del volto, della regione toracica e del dorso. Si tratta di una malattia a patogenesi multifattoriale, in pratica scatenata da quattro fasi ben distinte, ognuna delle quali richiede un trattamento specifico.
L'acne si distingue principalmente in acne giovanile o adolescenziale e in acne tarda o post adolescenziale.
L'acne giovanile compare in seguito allo sviluppo sessuale nella pubertà, caratterizzato dalle modificazioni en-docrine ed ormonali; mentre l'acne tarda compare nell'adulto anche in chi non l’ha avuta nel periodo adolescen-ziale.
Pur non essendo un disturbo grave, l'acne severa può indurre cicatrici permanenti, sia l'acne sia le cicatrici pos-sono influenzare in modo negativo la psiche compromettendo l’immagine delle persone.
Di solito con l’insorgere di modificazioni secretorie della pelle, legate alle nuove condizioni ormonali, alcuni microbi o batteri trovano il terreno adatto per attecchire e così generano delle forme di acne talvolta molto gravi, che possono dare anche esiti cicatriziali devastanti.
Da uno studio è emerso che, l’acne danneggia negativamente la qualità della vita, maggiore è il danno alla quali-tà della vita dovuta all’acne, maggiore è il livello d’ansia e depressione.
I disturbi psicologici più spesso associati all’acne sono l’ansia e la depressione, inoltre sono piuttosto frequenti i sintomi che si riferiscono alla sfera socio-emotiva (imbarazzo, danneggiamento dell’immagine di sé, riduzione della propria autostima, frustrazione e rabbia).
La derisione, la stigmatizzazione e il giudizio degli altri alimentano gli effetti negativi dell’acne, mentre i fattori attenuanti queste conseguenze psicologiche sono la resilienza, un locus of control interno o un aumento dell’autoefficacia che consente al soggetto di prendersi cura della propria salute.
In alcuni casi, però, soprattutto durante l'adolescenza, l'aumento della produzione sebacea non è dovuto ad uno squilibrio ormonale, ma ad una risposta eccessiva delle ghiandole a stimoli ormonali normali.
Lo sviluppo o il peggioramento dell’acne è determinato anche dalle cattive abitudini, come escoriarsi il viso con le mani, usare detergenti aggressivi o prodotti cosmetici contenenti grassi. In casi più rari, le cause dell’acne possono essere le terapie antibiotiche o cortisoniche protratte per troppo tem-po, e la stessa pillola anticoncezionale che spesso si prende per combatterla.
La causa più importante è la familiarità, cioè una predisposizione genetica specifica a sviluppare la malattia. In-tervengono poi fattori esterni come l’igiene, l’inquinamento ambientale, i disordini d’alimentazione e soprattutto lo stress.
Esistono alcune condizioni e comportamenti che possono influire sull’insorgenza dell’acne o contribuire ad un eventuale peggioramento di questo disturbo: i fattori genetici e ormonali, stress e ansia, fattori intestinali, perché la stitichezza causa un accumulo di tossine a livello cutaneo.
L’acne nei giovani d’ambo i sessi è fonte di forti complessi psicologici per il determinarsi di una situazione mol-to antiestetica, che spesso si protrae nel tempo, lasciando dei segni cicatriziali talvolta molto gravi.

6. La rabbia e l’aggressività nel paziente acneico
La rabbia e l’aggressività sono le reazioni più comuni alle malattie croniche e invalidanti come l’acne.
Il paziente acneico, nella maggior parte dei casi, è un adolescente che sta costruendo la propria identità sotto la spinta delle energie pulsionali; identità che assume un significato costruttivo o distruttivo nel passaggio all’età adulta.
Nell'adolescente, l’acne può influenzare negativamente i rapporti con gli altri e con il gruppo, o addirittura fun-
gere da alibi e ritardare l'ingresso del soggetto nel mondo adulto. Secondo diverse scuole di psicosomatica, l’acne può incidere seriamente sullo sviluppo della personalità del giovane e moltissimi pazienti acneici possono presentare complicazioni d’ordine psicologico più o meno manifeste.
La lesione acneica rappresenta un elemento di grande rilevanza narcisistica che compromette la qualità della vita del paziente, non solo per l’alterazione dell’immagine corporea e le conseguenti disabilità sociali, ma anche per il crescente corteo di reazioni aggressive (noia, irritabilità, ostilità, rabbia).
Le reazioni emotive d’aggressività si proiettano sulla malattia, sulla famiglia, sul medico e sulle cure praticate.
Le caratteristiche psicologiche possono essere aggravate dalla presenza del disturbo, spesso sfigurante, in aree visibili e che svolgono un ruolo primario nella vita sociale, affettiva e relazionale andando a compromettere la stima di sé, l’immagine corporea e rendendo più difficili le relazioni sentimentali.
Fondamentale è il vissuto della vergogna che difficilmente persiste e tende a convertirsi in un’altra emozione che può essere il sentimento di colpa, la rabbia o addirittura sfociare nella depressione.
Il vissuto della vergogna deriva dalla propria pelle, per questo chi ha la cute malata è percepito come sporco sia all’esterno che all’interno.
Le lesioni provocate dall’acne causano ansia, depressione, ritiro sociale, un generale disadattamento, una mag-giore insicurezza e sentimenti d’inferiorità.

7. Dallo sguardo genitoriale alle ferite narcisistiche
Fin dalla culla, gli sguardi rivolti al neonato hanno già chiara valenza: un bel bambino attirerà sorrisi e simpatie, mentre uno meno attraente creerà un certo imbarazzo negli adulti.
Anche se minima, la differenza fisica sarà vissuta dai genitori come un handicap futuro e susciterà comporta-menti diversi nei confronti del neonato.
Un neonato bello è valutato come più piacevole e facile da gestire da parte della figura genitoriale, che a sua vol-ta coinvolgerà con maggiore frequenza il bambino nelle attività ludiche (Costa e Ricci Bitti, 2002); inoltre, que-sti bambini ricevono più attenzione ed una maggiore quantità di gesti affettuosi (Stephan e Langlois, 1984).
E’ d'altronde dimostrato che a scuola i bambini meno graziati riusciranno meglio della media, come se ci fosse un effetto di compensazione della bruttezza, inoltre il bambino meno bello è considerato responsabile dei suoi fallimenti scolastici ed errori molto di più di quello attraente, come osserva J. François Amadieu.
Il nostro ideale di sé si nutre dello sguardo dei nostri genitori e delle loro aspettative, che spesso sono il riflesso di un narcisismo mascherato e insoddisfatto. Se la relazione con l’ambiente familiare è stata soddisfacente, af-ferma Marco Villamira, si sviluppa un ideale di sé flessibile ed indulgente, che ci permette di non essere osses-sionati dai nostri difetti.
A questo punto, è lecito domandarsi: quanto influisce la mancanza d’amore di sé nelle relazioni con gli altri e nel rapporto di coppia?
Jacques Salomé (psicosociologo, scrittore e formatore), sostiene che la mancanza d’amore di sé ha conseguenze profonde nel rapporto con gli altri. Amare sé stessi è la condizione necessaria e indispensabile per essere a pro-prio agio nel mondo e per amare gli altri. Una condizione formata nell’infanzia che consente, una volta adulto, di non subire le relazioni come se fossero aggressioni. Amare sé stessi non vuol dire essere necessariamente inna-morati del proprio io, siccome l’immagine che abbiamo di noi influisce in modo decisivo sul nostro comporta-mento e di conseguenza sul rapporto con gli altri.
Per lo psicologo William James (1842-1910), l’amore per se stessi è tanto più forte quanto più sottile è lo scarto tra le nostre aspirazioni e la loro effettiva realizzazione. Quando manca l’amore di sé è inevitabile mettere in atto una serie di comportamenti autoagressivi evidenti o mascherati.
In realtà, appena nato il bambino non può amarsi né amare perché non si percepisce ancora come un individuo unico, giacché ha di sé stesso solo una visione frammentata. In un bambino la capacità di amarsi non è mai una dote innata, ma si costruisce attraverso le relazioni con gli altri ed in particolare modo con i genitori.
Il narcisismo, essenziale per potersi affermare nella vita, si costruisce a partire dall’infanzia; si tratta di una no-zione complessa e spesso anche fraintesa, in quanto spesso è recepita secondo una connotazione negativa.
Tuttavia, un narcisismo che può definirsi sano e normale, è addirittura necessario.
Bowlby, enfatizza l’importanza per lo sviluppo del bambino, di un legame intimo e duraturo con una persona adulta di riferimento che deve assicurargli benessere, protezione e favorire la sopravvivenza. L’autore considera gli eventi di vita sperimentati dall’individuo fin dalla nascita, come elementi fondamentali nella costruzione del
mondo interno della persona e ritiene che il loro studio costituisca il presupposto necessario per comprendere lo sviluppo.
Emerge, pertanto, una concezione dell’individuo come essere-in-relazione fin dalle prime fasi della vita e l’importanza delle interazioni reali nella costruzione dell’identità personale e relazionale.
A tal proposito è giusto rilevare come la salute fisica e l’aspetto di una persona contribuiscono alla definizione di un preciso stile di vita, ad esempio il comportamento osservabile in un ragazzo forte e di bella presenza è diverso rispetto ad un altro che non presenta le medesime caratteristiche fisiche.
Pertanto, i difetti fisici possono contribuire ad alimentare il senso d’inferiorità e inadeguatezza di un individuo che entrerà a far parte del suo stile di vita.
Lo stile di vita può essere influenzato da diversi tipi di fattori, la cui azione è particolarmente evidente nei primi stadi di sviluppo che sono più "plastici", mentre con il progredire verso stadi di sviluppo più stabili, lo stile di vi-ta riceve meno influenze.
Essere attraente o meno influenza il modo in cui siamo percepiti dalle persone con le quali entriamo in contatto. L’aspetto del corpo è determinante nella costruzione dell’immagine di sé soprattutto nei momenti di cambiamen-to: età evolutiva, adolescenza, età adulta e senescenza.
L’adolescenza è per antonomasia l’età del cambiamento, caratterizzata da un significativo sviluppo fisico, ses-suale e cognitivo; oltretutto è sempre stata una fase particolarmente delicata e oggi sembra che questo percorso sia diventato ancora più complesso, più lungo e talvolta più rischioso.
In effetti, l’adolescenza è un momento critico dell’esistenza e implica il rischio di sfuggire al controllo del sog-getto, il quale non potrà più sfruttarla in maniera produttiva per la propria crescita personale. Alla luce dell’ambiente socio-culturale nel quale viviamo, possiamo affermare che l’adolescenza è oggi molto più precoce, difatti l’esordio si è stabilito intorno all’età di 11 - 12 anni. Ci troviamo di fronte ad una generazione completa-mente nuova, con altre angosce, problemi diversi e un nuovo modo di esprimere la sofferenza.
Pertanto, è giusto sottolineare quanto l’adolescenza delle generazioni passate non è sempre d’aiuto per capire le esigenze degli adolescenti d’oggi, dal momento che bisogna lo stesso considerare i cambiamenti sociali e cultu-rali che a loro volta influenzano la crescita e lo sviluppo di un individuo (Charmet P.G, 2006).
Gli elementi fondamentali che servono per accompagnare il percorso degli adolescenti sono: l’ascolto, la presen-za, la disponibilità, l’empatia e la curiosità.

8. La crescita e lo sviluppo del bambino: indicatori
Numerosi studi e ricerche dimostrano quanto sono interdipendenti, in ogni momento della vita, ma soprattutto durante il periodo dello sviluppo infantile e adolescenziale, la salute fisica da quella psichica e viceversa. In ogni caso, il disagio che prova il bambino e l’adolescente con malattie dermatologiche a livello di percezione della propria realtà è particolare e determina vissuti disforici che, anche se non sono sempre necessariamente "gravi", in genere rivestono un’alta significatività.
Per questo è indispensabile valutare, nei casi delle dermopatie infantili e adolescenziali, come ad esempio l’alopecia areata, la vitiligine, la dermatite atopica, l’orticaria o l’acne, la presenza di quegli indicatori che segna-lano la possibilità che esista una componente problematica di tipo psicologico, che può aver influenzato il pre-sentarsi e/o il mantenersi della malattia o che è una sua conseguenza più o meno diretta. Questo per far sì, che l’esperienza di malattia non influenzi negativamente, attraverso elementi problematici di tipo psicologico o relazionale, il decorso stesso della dermopatia e, soprattutto, lo sviluppo complessivo del sog-getto.
Dunque, quando il piccolo dermatopaziente manifesta vissuti e/o condotte negative relative ad eventi o a dinami-che personali, familiari, interpersonali, scolastiche o ambientali, è necessario cercare di comprendere cosa si può fare per gestire nella maniera migliore la dermopatia, non solo dal punto di vista medico ma anche per quanto riguarda le conseguenze di tipo psicosociale. Tale indagine non è però compito specifico del dermatologo che, di conseguenza, quando ne ravvisa la necessità, chiede la consulenza dello psicologo. Riportiamo una sintesi degli indicatori più significativi da osservare per valutare l’opportunità di una consulenza psicologica.
1) La presenza di "comportamenti estremi", non solo negativi ma anche positivi. È, infatti, importante osservare con attenzione non solo quei bambini la cui condotta viene in genere definita come "insopportabile", ma anche
quelli che sono descritti come "perfetti". Tra i comportamenti estremi segnaliamo, la presenza di atteggiamenti di rinuncia ai propri bisogni e desideri, di opposizionismo e aggressività verso se stesso e verso gli altri, condotte di dedizione eccessiva agli impegni scolastici. 2) L’esistenza di un evento stressante specifico o di una situazione prolungata di stress diffuso. Lo stress può es-sere originato sia da eventi negativi sia da eventi positivi. Il periodo di tempo considerato per poter ipotizzare che esista un collegamento tra evento o situazione stressante e malattia dermatologica, non si estende oltre i sei mesi precedenti il primo manifestarsi della dermopatia. È indispensabile ricordare che non sempre ciò che è vissuto soggettivamente come stressante dal bambino, è ri-levabile come tale anche dall’adulto. Ciò, rende particolarmente difficile per i genitori individuare il motivo del disagio del proprio figlio. 3)Una manifesta incoerenza tra le caratteristiche di sviluppo del soggetto con quelle tipiche della sua età (il bambino ritorna a comportamenti precedenti già da tempo superati o manifesta chiare difficoltà). Questo nei differenti ambiti della sua realtà, fondamentalmente in quelli: dell’autonomia personale, del sonno, dell’alimentazione, del controllo sfinterico che è inadeguato, dello sviluppo motorio, e così via. 4)La presenza di notevoli problemi nell’ambito relazionale e/o scolastico: quindi, nei rapporti interpersonali con i genitori, i fratelli, gli insegnanti ed altre persone significative, che sono fortemente inadeguati (per manifesta freddezza emotiva, bisogno eccessivo di protezione e sostegno affettivo, richiesta esagerata di autonomia o di-pendenza). 5) L’evidenziarsi d’atteggiamenti e/o di vissuti inadeguati rispetto alla malattia dermatologica quali: la nega-zione o l’eccessiva accentuazione del significato che essa può avere, sensi di colpa riferiti al manifestarsi della malattia e alle sue conseguenze.
La considerazione di questi indicatori può essere utile al dermatologo per valutare in modo globale la situazione del bambino o dell’adolescente.
Riuscire a valutare con sufficiente accuratezza l’opportunità di una consulenza psicologica è, infatti, di particola-re importanza, poiché permette di offrire al giovane dermatopaziente gli interventi specialistici che possono con-correre a stimolare in lui una risposta migliore alla terapia dermatologica.

9. Approccio terapeutico al dermatopaziente e psichiatria di Liaison
Essendo la cute un organo complesso, è complessa anche la comprensione della sua patologia che deve essere valutata secondo una prospettiva olistica, tenendo sempre in considerazione l’inscindibile rapporto mente-corpo.
A partire dagli inizi del’900, si fa strada la necessità di mantenere un approccio globale verso la persona affetta da patologia somatica e di approfondire la conoscenza dei correlati psicologici delle malattie. È del 1902 la co-stituzione, negli Stati Uniti, del primo reparto psichiatrico in un ospedale generale e degli anni '30 la nascita del-la Psichiatria di Liaison, come branca specificamente rivolta alla valutazione e al trattamento di problemi psico-logici di pazienti affetti da malattie somatiche. L’interazione quotidiana tra medici psichiatri e specialisti in altri settori, ha consentito di incrementare gli scambi e la collaborazione nonché il bisogno di adottare nuove tecniche per la cura e la gestione dei disturbi psichici (Balestrieri M, Ruggeri M, 1996). La psichiatria di Liaison si basa sull’applicazione di teorie e prassi psichiatriche per la cura di pazienti che si trovano in ospedale o in qualunque altro servizio sanitario (Invernizzi, Gala, Rigatelli, Bressi, 2002). Spesso questo genere di pazienti presenta un quadro clinico di comorbilità, che se non è riconosciuto tempestivamente determina un aumento dei tempi di ri-covero e delle indagini strumentali (Scapicchio, 1998). Negli Stati Uniti, dove i Servizi di Consulenza Psichiatri-ca per gli Ospedali Generali hanno un grande sviluppo, si tende a fare una distinzione tra Psichiatria di Consulta-zione e Psichiatria di Collegamento: - La Consultazione si riferisce all’attività clinica che lo Psichiatra svolge sul paziente fondata da una connotazio-ne formativa e dalla prassi clinica. L'intervento è polarizzato sul problema psichiatrico del paziente, pertanto consiste nella presa in carico del pa-ziente e in un’assunzione di responsabilità nei suoi confronti. - Il Collegamento implica che lo psichiatra partecipi direttamente alle attività di reparto e condivida con i colle-ghi, la gestione del problema del paziente e di tutte le altre variabili collegate. Questo tipo d’intervento riguarda tanto lo psichiatra quanto lo psicologo clinico, rispetto alla possibilità di coo-perare con il resto dell’equipe per la cura e l’assistenza del paziente. Nell’approccio al dermatopaziente, la psi-chiatria di Liaison prevede la collaborazione tra lo psichiatra, lo psicologo clinico e il dermatologo per una più
corretta osservazione e integrazione degli aspetti medici, psicologici e psicopatologici insiti nelle malattie der-matologiche. Questa collaborazione interdisciplinare è finalizzata a migliorare il procedimento diagnostico e te-rapeutico, ma al contempo consente di prestare attenzione a come il paziente si adatta progressivamente alla pro-pria malattia.
All’interno di questo tipo d’attività, il compito dello psicologo clinico è quello di contribuire alla formazione ed alla sensibilizzazione dei medici e d’altri operatori, per quanto riguarda il rapporto con il paziente.
Ciò è fondamentale, per riuscire a prevenire quelle situazioni di disagio/malessere che predispongono ai feno-meni di burn-out e al contempo evitare la malattia iatrogena.
Questo è necessario dal momento che, le condizioni patologiche in cui vengono a trovarsi i pazienti prevedono una complessa interazione di elementi biomedici, psicologici e sociali.

10. Conclusioni
Per terminare la nostra riflessione sulla bellezza, prendiamo come punto di riferimento il bambino.
Partendo dall’approccio della psicopatologia evolutiva, il periodo più critico ed importante da considerare per la crescita dell’individuo e lo sviluppo della sua personalità, va dalla nascita al termine della fase adolescenziale, se si vogliono ridurre le possibilità di disagi futuri e aumentare le misure preventive per la difesa del suo benessere psicofisico.
La crescita di un bambino non è affatto un processo automatico o predeterminato, bensì è legata ad un’alta va-riabilità di fattori in gioco, quali ad esempio la possibilità di entrare in contatto con il mondo esterno e di rela-zionarsi con altre figure significative dell’entourage familiare e non.
Dal momento che la crescita è ritenuta un processo dinamico, grande è la responsabilità della famiglia, degli in-segnanti e della società nel suo complesso che contribuiranno a rendere il bambino più o meno ansioso, timido o fiducioso nei confronti del mondo esterno.
I primi tre anni di vita rappresentano il periodo più critico ed importante dal punto di vista educativo, in cui geni-tori ed educatori devono garantire il più possibile al bambino un ambiente migliore e rapporti soddisfacenti. Gli studiosi dell’attaccamento (Ainsworth et al, 1978) hanno parzialmente dimostrato, come la sicurezza del bambi-no sia dipendente dalla qualità delle cure ricevute dalla figura di riferimento.
Avere una figura d’attaccamento, sensibile e responsiva, garantirebbe al bambino migliori possibilità di adatta-mento all’ ambiente e faciliterebbe il suo sviluppo complessivo, oltre che maggiori capacità relazionali e miglio-re regolazione del proprio mondo affettivo ed emozionale.
Come sappiamo, il comportamento umano è il prodotto di tre fattori che interagiscono secondo una dinamica complessa e variabile da un individuo all’altro, perciò non si può parlare d’innatismo, di psicologismo o sociolo-gismo in senso assoluto (Andreoli V, 1998).
Bisogna sì difendere il bambino dai pericoli che provengono dal mondo esterno, ma altrettanto tutelarlo sin dall’interno e cioè guardare alla famiglia, poiché anche qui possono esserci piccole, o peggio, gravi disfunziona-lità in grado di inficiare lo sviluppo medesimo del bambino.
Un’infanzia serena, ad esempio, può essere interrotta dallo spezzarsi della sua unità psicofisica, vale a dire di fronte ad un qualsivoglia trauma che porti necessariamente ad un vero e proprio squilibrio psicosomatico.
A tal proposito, la depressione è una malattia che interessa facilmente i bambini, soprattutto se i genitori soffro-no dello stesso disturbo.
Un altro aspetto importante che contribuisce enormemente nella formazione della personalità, nel comportamen-to sociale e nel successo personale di un individuo è la presenza di maltrattamenti o esperienze d’abbandono.
Per quanto riguarda l’educazione dei bambini poi, non possiamo non parlare del rapporto che viene a crearsi con la televisione, mezzo persuasivo per eccellenza soprattutto per gli adolescenti. La televisione dovrebbe essere un servizio per la famiglia, un mezzo di mediazione che facilita il confronto e lo scambio d’informazioni utili non-ché gli apprendimenti indispensabili alla crescita del bambino, e non certo il sostituto di una famiglia assente.
Altra importante questione è il rapporto con la scuola e come questa nuova realtà, è vissuta dal bambino.
Purtroppo accade spesso che gli insegnanti rigidi nei rispettivi ruoli d’educatori culturali, tralasciano gli aspetti più umani e psicologici sottolineando solo i pregi e i meriti d’alcuni allievi.
Qualcosa di simile accade in quello che è stato denominato effetto Pigmalione (Rosenthal, 1972), in cui bambini più attraenti suscitano maggiore attenzione e interesse negli insegnanti riuscendo ad avere prestazioni scolastiche migliori; ma in realtà gli effetti negativi che i pregiudizi degli insegnanti possono avere sugli studenti meno at-
traenti, non sono noti e si finisce per attribuirgli scarse capacità intellettive (Clifford e Walster, 1973).
Sono molti gli studi che riguardano l’effetto della piacevolezza fisica del bambino sulle aspettative degli inse-gnanti, i risultati hanno sempre dimostrato come, in effetti, la bellezza riveste un ruolo importante, soprattutto quando l’insegnante non conosce ancora il rendimento e la condotta dell’allievo.
Zebrowitz et al. (2002) hanno dimostrato, attraverso un’analisi longitudinale, che l’attrattiva facciale correla con il livello d’intelligenza sia negli uomini che nelle donne. E’, pertanto, assolutamente utile una riforma della scuo-la che guardi non solo alla crescita culturale del bambino, ma soprattutto alla sua educazione alla vita civile e al-la collaborazione di gruppo; quindi, anche gli insegnanti devono poter comprendere quali sono le difficoltà di un bambino che mostra un comportamento diverso rispetto al resto della classe o quantomeno individuare l’esistenza di un problema da affrontare tempestivamente.
Questo perché gli insegnanti hanno la possibilità di osservare il bambino più di quanto può a volte un genitore, perciò la scuola rappresenta il luogo migliore o il centro diagnostico per evidenziare eventuali disturbi dell’apprendimento, della parola e della socialità che incidono sul rendimento scolastico.
Per quanto riguarda i bambini, è importante ricordare che essi arrivano all’esperienza scolastica con diversi livel-li maturativi e storie evolutive, con disuguali caratteristiche del funzionamento mentale. In particolare esistono fattori emotivi specifici che condizionano le capacità-modalità d’apprendimento e sono: il saper tollerare le frustrazioni e la capacità di tollerare le proprie ansie davanti alle situazioni d’impegno scola-stico.
Oggi si parla frequentemente, della necessaria presenza dello psicologo nell’ambiente scolastico, come una figu-ra che possa servire fungere da mediatore tra il bambino, l’insegnante e la famiglia.
Una buona comunicazione a scuola non solo ha un valore di prevenzione nei confronti delle future difficoltà adolescenziali, ma è anche una premessa indispensabile per ottenere buoni risultati nell'apprendimento. Un contributo importante per raggiungere questo scopo, può essere fornito dall’incremento della capacità di ca-pire le esigenze e i problemi psicologici sia di bambini che degli adolescenti.
L’adolescente, infatti, vive interiorizzando modelli di bellezza e falsi ideali che la società moderna offre e divul-ga attraverso i mezzi di comunicazione, perciò ad esempio anche malattie dermatologiche come l’acne e la viti-ligine, diventano oggi fonte di forte disagio e imbarazzo sociale.
Le conseguenze negative sul piano psicologico, sono enfatizzate ulteriormente dalla società che erroneamente punta sempre di più verso un’ideale di bellezza impossibile e dall’adolescente che vuole a tutti i costi rispec-chiarsi nei modelli mediatici, per poter compensare una forte insicurezza e una bassa stima di sé.
L’adolescente ha maggiori probabilità di vivere condizioni psicopatologiche complesse e non facili da trattare, come potrebbe essere un’eventuale diagnosi di comorbilità, in cui si sommerebbero le conseguenze di un distur-bo come la dismorfofobia e tutte le problematiche relative all’acne.
Alla luce di quanto abbiamo detto, la prevenzione attraverso una crescita e uno sviluppo sano del giovane sog-getto, una buona educazione e formazione da parte della famiglia e della scuola, sono presupposti fondamentali per il raggiungimento del benessere psicofisico del futuro adulto.
Pertanto, piuttosto che parlare di bellezza idealizzata essenzialmente nella sua dimensione estetica, sarebbe più utile puntare sulla bellezza intesa come sviluppo del benessere psicofisico nell’individuo, dal quale dipende la qualità della vita ed il rischio più o meno elevato di vivere una condizione di malessere o nel peggiore dei casi di malattia mentale cronica.
Il benessere non indica semplicemente l’assenza di malessere, ma si riferisce soprattutto ad una sensazione di sviluppo personale e alla capacità di agire.
La condizione di benessere psicologico di un individuo è favorita dal soddisfacimento di una serie di bisogni, nello specifico si tratta del bisogno d’autorealizzazione, di stima, d’appartenenza, di sicurezza oltre ai classici bisogni fisiologici fondamentali per la sopravvivenza (Gerarchia dei bisogni di Maslow modificata da Fulcheri M, Dotti M, 2002).
In definitiva il benessere psicofisico, rappresenta la meta ideale ambita da parte di ciascun individuo e per il suo raggiungimento grande importanza ha l’accettazione del proprio status sociale e individuale, una buona qualità della vita, nonché un equilibrio e una serenità interiori.
E’ semmai quindi, l’equilibrio psicofisico a dare linfa al benessere fisico e viceversa, vale a dire anche un corpo sano e bello contribuisce a dare giovamento alla mente.

Bibliografia
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Zaghloul S.S., Cunliffe W.J., Goodfield M.J.D (2005). Objective assessment of compliance with treat-ments in acne. British Journal of Dermatology.


martedì 9 gennaio 2018

Il Metodo Integrato: Gli Strumenti necessari per impostare una positiva relazione tra insegnante e allievo di Salvatore Sasso e Michela Bellizzi

Il metodo integrato:
Gli strumenti necessari per impostare 
una positiva relazione tra insegnante  e allievo

1. L’importanza di una comunicazione efficace
Spesso l’insegnante si trova di fronte adolescenti che non hanno voglia di applicarsi negli studi, perché troppo distratti o troppo svogliati, oppure ad adolescenti che si isolano e non partecipano in modo costruttivo a discussioni ed attività. È evidente che questi ragazzi così facendo manifestano un disagio che deve essere ascoltato e risolto.
Rispetto a questa situazione problematica, Gordon suggerisce l’utilizzo della tecnica dell’ascolto attivo.
È importante e difficile fornire all’altro l’ascolto. Nella nostra quotidianità e davanti ad un problema portato da una persona che chiede l’aiuto, viene spontaneo “parlargli” piuttosto che “ascoltarlo”. Questo modo di agire non fa altro che mettere in evidenza gli errori e le mancanze, arrivando ad ottenere come risultato la chiusura dell’individuo che cerca aiuto, oltre che un forte senso di incomprensione.
In effetti, così facendo, si usa il linguaggio dell’inacettazione, in quanto si comunica all’adolescente che sta sbagliando, che è un incapace, che in lui c’è qualcosa che non va e tutto questo peggiora il rapporto comunicativo con l’altro.
Questi errori sono chiamati da Gordon “ostacoli alla comunicazione”. Egli ne evidenzia alcuni:
·         Ordinare: in questo modo i sentimenti, nonché i bisogni dell’alunno non vengono presi in considerazione. Ne risulta che egli si sentirà incompreso.
·         Avvertire e minacciare: l’adolescente avvertendo l’ostilità dell’insegnante è portato a difendersi oppure a sottomettersi.
·         Esortare: in questo modo l’adulto invita l’adolescente a seguire determinati obblighi.
·         Consigliare e suggerire soluzioni: questo modo di agire da parte dell’insegnante, comunica all’adolescente che egli non ha alcuna fiducia nelle capacità del giovane di risolvere da solo i problemi. Ciò porta l’alunno ad essere continuamente dipendente.
·         Giudicare, criticare, biasimare: le critiche negative danneggiano molto l’immagine personale che l’adolescente si sta costruendo, tutto questo distrugge lentamente la sicurezza e la fiducia in sé.
·         Complimentare ed approvare: i complimenti immeritati, al pari delle critiche, possono ferire l’adolescente che li sente non corrispondenti all’immagine di sé.
·         Umiliare e ridicolizzare: l’alunno si sentirà offeso a seguito della mancanza di sensibilità dell’insegnante.
Si evidenzia come l’accettazione incondizionata è l’unico mezzo necessario per aiutare una persona in difficoltà. La persona che si sente accettata, per ciò che si è, si sentirà libera di cambiare, di poter realizzare le proprie aspirazioni, riuscire a risolvere i propri conflitti.
Gordon ritiene che l’accettazione non è qualcosa di passivo ma piuttosto una forza interiore attiva, occorre apprendere le tecniche necessarie per “saper ascoltare” in modo efficace.
L’insegnate che userà il metodo dell’ascolto attivo aiuterà l’allievo ad esplorare i suoi sentimenti, i suoi bisogni ed i suoi desideri. 

2. Le tecniche operative di Thomas Gordon
Thomas Gordon ha proposto una serie di metodologie necessarie per impostare una positiva ed efficace relazione tra insegnante ed allievo. Gordon mette in luce l’importanza che rivestono, in ogni rapporto umano, l’accettazione, il rispetto, l’autenticità e la corretta comunicazione. Tutto questo risulta essere tanto più vero nel rapporto tra adulti e adolescenti. Egli inoltre sottolinea il fatto che gli insegnanti il più delle volte non riescono ad aiutare gli allievi in difficoltà, in quanto si rapportano con essi in modo sbagliato e questo ne blocca la creatività e la fiducia in se stessi. Questi atteggiamenti finiscono per favorire la dipendenza piuttosto che l’autonomia e con il controllare ogni azione piuttosto che sollecitare l’iniziativa individuale. Tutto questo dipende dal fatto che gli insegnanti non sono preparati a comunicare efficacemente e a trovare una soluzione agli inevitabili conflitti senza che si vengano a creare tra le due parti vincitori e vinti. Questa cattiva gestione della comunicazione induce a vivere una condizione di frustrazione sia per l’insegnante sia per l’allievo.
Spesso l’insegnante si sente frustrato, perché pur essendo competente ed amante della sua professione, non trova riscontro nel rendimento della classe a causa della bassa motivazione, della mancanza di concentrazione e del disinteresse mostrato dagli allievi.
Il lavoro dell’insegnante, estremamente creativo, piacevole e gratificante, finisce per essere considerato una continua fatica. Gli insegnanti, ad un certo punto della loro carriera, attribuiscono il senso del loro disagio percepito a varie cause: lo stress insito nella professione, l’irrequietezza dei ragazzi che sembra aumentare di generazione in generazione e l’inadeguato trattamento economico. In realtà il vero motivo del disagio è un altro, ovvero la tensione costante per riuscire a mantenere la disciplina ed il dover adeguarsi ad un ruolo difficile da sostenere.
Gordon mette in evidenza come il primo problema viene risolto con atteggiamenti autoritari o permissivi, due metodi errati ed inadeguati che conducono ad un rapporto di forza che si conclude inevitabilmente con un vincitore ed un vinto.
Per quando riguarda il secondo aspetto, Gordon sottolinea come l’insegnante ha paura di mostrarsi per ciò che è, in altre parole una persona che possiede pregi, difetti, limiti e sentimenti. L’insegnate nel rapporto con l’allievo si mostra quasi sempre come una persona che sa tutto e che non sbaglia mai e quando prova ad essere se stesso teme che gli allievi abbiano un rapporto troppo confidenziale.
L’allievo invece vive una condizione di disagio perché considera il più delle volte la scuola come un luogo di costrizione e di stress.
Ciò accade perché non si stabilisce un buon rapporto tra docente e studente.
È importante rilevare che il rapporto tra insegnante e allievo è più importante dei contenuti culturali, dei metodi di insegnamento e della capacità di apprendimento.
            Queste problematiche emergono perché nessuno ha mai insegnato agli insegnanti come poter impostare una valida relazione con gli allievi e a gestire le dinamiche interne alla scolaresca.
Gordon alla luce di ciò, vuole cercare di colmare queste mancanze proponendo delle metodologie che porteranno l’insegnante ad iniziare un percorso di cambiamento di se stesso e della relazione con gli allievi.
Le tecniche proposte da Gordon sono:
1.      L’ascolto attivo.
2.      Il messaggio-io.
3.      La risoluzione dei conflitti con il metodo del problem solving.
Queste metodologie costituiscono un valido aiuto sia per l’insegnante sia per l’allievo.
In questo modo, l’insegnante riuscirà ad essere vero, avrà la possibilità di sentirsi un membro attivo del gruppo classe e riuscirà a gestire correttamente la disciplina.
L’alunno, nello stesso tempo svilupperà la gioia di imparare, aumenterà la sua autostima, diventerà più responsabile e riuscirà a gestire da solo i suoi problemi.
Le metodologie elaborate da Gordon possono essere utilizzate in tutti i livelli scolastici.
Il loro utilizzo non intacca il normale svolgimento del programma scolastico poiché non riguardano contenuti culturali, ma mirano a migliorare il rapporto insegnante-allievo.

2.1 L’ascolto attivo
La tecnica dell’ascolto attivo mette in evidenza il linguaggio accettazione ed è costituito da quattro fasi:
1.      Ascolto passivo (silenzio). In questa fase l’alunno ha la possibilità di esporre, senza essere interrotto, i suoi problemi.
2.      Messaggi di accoglimento. Tali messaggi indicano all’allievo che l’insegnante lo sta seguendo nel discorso e lo ascolta. I messaggi di accoglimento possono essere verbali e non verbali.
3.      Inviti calorosi. Questi inviti incoraggiano l’adolescente a parlare.
4.      Ascolto attivo. Con l’ascolto attivo l’insegnante “riflette” il messaggio espresso dall’alunno, senza emettere messaggi aggiuntivi. In questo modo l’alunno si sentirà ascoltato, accettato e riuscirà in autonomia a trovare la soluzione ai suoi problemi. Cosi facendo inizierà e svilupperà un processo di cambiamento e di crescita sana.
Gordon ritiene che l’ascolto attivo sia efficace perché lascia all’adolescente la piena gestione dei suoi problemi.
Utilizzando l’ascolto attivo, l’insegnante avrà modo di sentirsi amato e stimato dagli studenti mentre per l’allievo sarà un modo per acquisire sicurezza ed autonomia.
È importante sottolineare che l’ascolto attivo deve essere messo in atto quando ci si trova davanti ad un individuo che manifesta un problema. Nello specifico l’insegnante, esercitando l’ascolto attivo, riuscirà a svolgere il ruolo di facilitatore, riuscirà a comprendere e a partecipare alle emozioni dei suoi allievi, riuscirà a creare un clima di rispetto e libertà.

2.2 Il messaggio - io
La tecnica del messaggio-io viene il più delle volte definita “tecnica di confronto” in quanto l’insegnante, facendone uso, ha la possibilità di mettere a confronto i suoi sentimenti e bisogni percepiti con i comportamenti inaccettabili dell’allievo.
L’insegnante, in questo modo, andrà a comunicare all’adolescente cosa il suo comportamento inappropriato gli ha provocato; allo stesso tempo l’allievo riesce ad essere consapevole del suo agire e delle reazioni che scaturiscono nell’altro.
L’adulto passando dalla condizione “tu sei” al “io sento” e quindi comunicando con sincerità ciò che si prova restituirà all’alunno il suo essere persona autentica. Ne consegue che l’alunno non si sentirà mortificato ed aggredito, riuscirà a riflettere sulle conseguenze delle sue azioni così da poter reagire consapevolmente in futuro.
            Emettere il messaggio-io, vuol dire esplicare sempre i propri sentimenti, quindi cambiare il proprio modo di rapportarsi con gli altri prendendo coscienza responsabilmente dei propri vissuti.

2.3 Il problem solving
La tecnica del problem solving viene messa in atto quando, in presenza di un problema difficile da gestire, non si intravede la possibilità di trovare una soluzione soddisfacente.
Il problem solving risulta essere molto efficace per porre fine ad una controversia tra due o più persone.
La sua messa in atto presuppone il soddisfacimento di sei tappe:
1.      Esposizione chiara dei punti problematici del conflitto.
2.      Proposta delle diverse soluzioni.
3.      Considerazione degli aspetti positivi e negativi di ogni soluzione proposta.
4.      Eliminazione delle soluzioni non idonee e scelta delle situazioni più adatte per la risoluzione del problema.
5.      Organizzazione dei mezzi necessari per l’attuazione della soluzione scelta.
6.      Verifica dei risultati ottenuti.
Quindi il problem solving costituisce un valido strumento di mediazione del conflitto che Gordon propone di apprendere.
  
2.4 Il metodo “senza perdenti”
 Gordon propone un ulteriore metodo da mettere in atto nel caso in cui i bisogni dell’insegnante e dell’alunno non trovano un punto di incontro. Si tratta appunto del “metodo senza perdenti” che consiste nella ricerca da parte di entrambi di una soluzione soddisfacente.
            Normalmente in una disputa succede che, chi impone il suo punto di vista spesso con la forza, sconfigge l’altro. In questo caso, il vincitore percepirà un sentimento di soddisfazione, al contrario, il perdente percepirà un sentimento di frustrazione e sconforto che andrà a trasformarsi in desiderio di rivalsa. Queste dinamiche, quasi sempre presenti nella nostra quotidianità, azionano una serie di reazioni conflittuali ed oppositive a catena. Se invece, da entrambi le parti, ci si sforza di ascoltare e rispettare i diritti dell’altro nonché ricercare una soluzione che non comporterà vincitori e vinti, i conflitti potrebbero assumere una forma meno distruttiva.
            Generalmente le controversie tra insegnante ed allievo vengono risolte utilizzando due metodi, l’autoritarismo e il permissivismo, entrambi assolutamente errati poiché basati su un rapporto di forza.
L’autoritarismo porterà all’utilizzo del controllo e delle punizioni, in questo modo il conflitto verrà risolto lasciando l’alunno in una condizione di frustrazione, di sconfitta e con desiderio di rivalsa.
Se, invece, l’insegnante utilizzerà il permissivismo si otterrà la situazione contraria rispetto alla prima. L’alunno affermerà il suo potere sull’insegnante, il quale anche in questo caso vivrà una situazione di disagio legata alla percezione dell’inadeguatezza nella gestione della classe.
Con la metodologia proposta dallo psicologo umanista Gordon le due parti coinvolte nella disputa, sono portate a fare uno sforzo comune, cioè ricercare comunemente una soluzione favorevole per entrambi. Si tratta di un metodo basato sul buon senso e sulla creatività, capace di sviluppare un sentimento di stima e simpatia reciproca, nonché un desiderio di collaborazione.
  
3. Il circle time
Lo strumento privilegiato degli interventi di educazione socio affettiva nella classe è il circle time. Il termine deriva dall’inglese e vuol dire appunto il tempo del cerchio.
Il circle time ha le caratteristiche e la struttura di una riunione di gruppo, durante la quale tutti i membri della classe si ritrovano per discutere di un problema o un argomento proposto dagli alunni o dall’insegnante.  Quindi nel contesto scolastico il circle time si propone come obiettivo primario quello di creare un clima collaborativo ed amichevole tra gli alunni. Infatti, il gruppo di discussione centrato sul compito assegnato, consente a ciascun alunno di vivere un’esperienza che favorisce l’acquisizione ed il potenziamento delle capacità di lavoro di rete e di compartecipazione. In questo specifico spazio si possono acquisire il senso del rispetto del pensiero dell’altro, di rispettare il tempo dell’altro, la capacità di mediazione tra più idee.
Al conduttore del gruppo, il quale potrà essere un insegnante, uno psicologo o un pedagogista, viene richiesta una formazione specifica che riguarda appunto, l’accettazione ed il rispetto. Solo a seguito di ciò, egli potrà sollecitare chi del gruppo non vuole parlare, sostenere chi desidera esprimere le proprie idee e vigilare sulla partecipazione attiva da parte di tutti i membri del gruppo.
All’insegnante formato per la conduzione del gruppo, viene richiesto di apprendere metodologie efficaci per la comunicazione con gli studenti al fine di poter produrre un rapporto di mutuo rispetto tra sé e l’allievo.
Finalità generale del circle time è quella di favorire e promuovere la conoscenza reciproca e l’assimilazione di regole efficaci di comunicazione. Il tutto nell’ottica di una educazione all’ascolto e all’espressione di sé basata su valori quali il rispetto e l’equità.
All’interno del circle time la comunicazione passa alternativamente dal linguaggio verbale a quello non verbale. Generalmente il linguaggio non verbale viene proposto nelle situazioni in cui è più difficile esprimere i vissuti interiori; infatti le tensioni inespresse possono essere liberate con più facilità con un gesto grafico, un movimento o la drammatizzazione.
Tali passaggi si realizzano grazie all’utilizzo di specifiche tecniche che favoriscono la comunicazione e lo scambio reciproco.
Normalmente, soprattutto nei primi incontri del “tempo del cerchio”, il gruppo sperimenta una dipendenza dal conduttore, cui si rivolge con maggiore frequenza per ottenere delle direttive.
In questo caso il conduttore aiuterà il gruppo nella fase iniziale per poi condurlo verso una progressiva autonomia. Alla dipendenza dal conduttore, segue la sperimentazione del conflitto, in cui soprattutto i partecipanti più estroversi tendono a monopolizzare l’attenzione e ad esprimere le loro opinioni talvolta poco rispettose nei riguardi degli altri. Anche in questo caso la funzione del conduttore sarà di indirizzare il dialogo riflessivo e costruttivo tra i partecipanti, nonché incita l’accettazione ed il rispetto della diversità dell’altro. Solo in questa direzione il gruppo potrà sperimentare la coesione e la condivisione.
Al termine del tempo del cerchio si dovrebbe raggiungere l’indipendenza; un livello in cui ciascun membro sperimenta piena fiducia in sé e negli altri, capacità che consente di poter lavorare serenamente ed un modo efficace con tutti.
È bene sottolineare che il conduttore, nel primo incontro, faccia presente, in modo chiaro e a tutti i partecipanti, alcune regole base da rispettare. Tali regole non sono altro che gli aspetti puramente tecnici del circle time:
·         Disposizione delle sedie in circolo. La disposizione circolare dello spazio condiviso garantisce la circolarità della comunicazione.
·         Determinare la frequenza degli incontranti.
·         La durata degli incontri. Generalmente è sufficiente un tempo non superiore ai trenta minuti.
·         Il criterio di decisione e gli argomenti che saranno trattati in ciascun incontro. Per questo punto, si potrà decidere insieme, per esempio, di discutere su argomenti problematici relativi alla classe.
·         Imparare a discutere insieme, ascoltando senza interrompere le opinioni altrui e sentendosi liberi di esprimere le proprie idee.
Una volta concordate e stabilite, è bene trascrivere tali regole su un apposito tabellone.
E’ importante prendere in considerazione anche le tecniche che l’insegnante deve seguire per condurre le discussioni durante il circle time. Queste sono:

  1. Osservare
·         Come gli alunni si dispongono nel cerchio;
·         Se tutti sono coinvolti nella discussione;
·         Se tutti si sentono a proprio agio;
·         A chi sono dirette le comunicazioni;
·         Osservare come si svolgono gli interventi.
Tutte queste osservazioni aiutano l’insegnante a comprendere i rapporti all’interno del gruppo, a seguire l’evoluzione dei processi di crescita degli adolescenti e a comprendere quanto questo tipo di iniziativa suscita interesse negli alunni.

  1. Facilitare la discussione
Il compito principale dell’insegnante, conduttore del gruppo, dovrà essere quello di offrire sostegno ed incoraggiamento agli allievi più timidi e cercare di contenere quelli più aggressivi, modulare la comunicazione e riassumere brevemente, alla fine di ogni discussione, quanto emerso durante l’incontro.
Nella conclusione della discussione, è importante che l’insegnante esprima sempre un parere, che sottolinei gli aspetti positivi, emersi durante lo svolgimento della stessa.
Nel caso in cui il “tempo del cerchio” venga utilizzato come spazio per la risoluzione di un problema, l’insegnante ha il compito di aiutare il gruppo nella gestione del conflitto con conseguente risoluzione costruttiva.
In entrambi i casi sono importanti il supporto e l’uso di tecniche creative, cosi da poter stimolare tutti nel cercare soluzioni nuove ed originali.